Better Call Saul è una serie in cui non credeva nessuno. È davvero necessario uno spinoff, per giunta prequel, di Breaking Bad, una delle serie più riuscite degli ultimi anni? E poi su un personaggio visto da molti come poco più dell’intermezzo comico? Verrà cancellata dopo due stagioni. Al massimo.

Io al contrario ho adorato Saul Goodman sin dalla sua introduzione nell’episodio che svariati anni dopo darà il titolo alla serie. Certo faceva ridere, certo serviva per rompere un po’ la tensione drammatica, ma vedevo sempre quell’impalpabile malinconia come a voler dire che fosse tutto solo una maschera.

E così è stato dimostrato. In Better Call Saul il protagonista è infatti Jimmy McGill, truffatore laureato in legge per corrispondenza all’Università delle Samoa Americane; fratello di Chuck, avvocato superstar che un po’ lo accudisce, e un po’ lo fa sentire inferiore. Jimmy diventerà Saul dopo quattro lunghissime stagioni, e nel frattempo sposerà la bravissima avvocatessa Kim, si troverà a lavorare con Mike per Gus Frings, e farà la conoscenza di un nuovo Salamanca, lo spumeggiante Lalo. Ah, e non dimentichiamo il tormentato Nacho.

Volti noti si intrecciano a vecchie conoscenze di Breaking Bad, in una serie che prestissimo smette di essere percepita come un prequel prendendosi il diritto di viaggiare in solitaria. Anche perché, e qui gli autori sono stati dei maestri, in pochissimi momenti sono state inserite delle scene di Saul post-Breaking Bad, quasi a far passare l’intera narrativa di Jimmy che si trasforma in Saul come un lungo flashback. Saul nel futuro (o è il presente?) è Gene e vive in Nebraska con il terrore di essere riconosciuto e arrestato per quanto commesso assieme a Walt in Breaking Bad.

Le sequenze di Gene sono pochissime, generalmente all’inizio e alla fine di ogni stagione. L’odio che ho provato per gli autori è stato viscerale, volevo sapere cosa sarebbe successo al mio Saul, volevo essere sicuro di vederlo vivo, libero e felice. Ma non ero ancora pronto, non eravamo ancora pronti, perché la storia nel presente (o era il passato?) è indispensabile per capire il futuro (o il presente?).

Conosci il tuo passato per capire il tuo presente

Verso la fine dell’ultima stagione la trasformazione è completa, Jimmy perde Kim e diventa permanentemente Saul. Lalo e Nacho sono morti, come anche Chuck ormai da un paio di stagioni; mentre Gus e Mike sono instradati verso la direzione in cui li vedremo nella serie che li ha originati. Nonostante si tratti di un prequel e il destino di buona parte dei personaggi sia già segnato, viviamo sei stagioni nel terrore che possa morire qualcuno. Kim in primis, in quanto mai vista e mai menzionata in Breaking Bad. Ma temiamo anche per Nacho, ci chiediamo che fine farà Lalo, e irrazionalmente pensiamo possa succedere qualcosa anche a Mike. Forse perché non abbiamo ancora superato la sua morte per mano di Walt, non l’abbiamo mai veramente accettata.

Alcuni aspetti si sviluppano in modo prevedibile, altri invece stupiscono, come Kim che lascia la professione, lascia Saul/Jimmy e sparisce in Florida. Flashforward (oppure è solo un flashback più recente) e vediamo Saul fare il Saul che ci ricordiamo. Andiamo ancora avanti e la nostra narrativa principale diventa quella di Gene, rigorosamente in bianco e nero.

Bianco e nero che viene interrotto solo per dei flashback (ora lo sono senza dubbio), uno dei quali che racconta il suo unico incontro con Kim per il divorzio; avvenuto nel giorno in cui si svolgono gli eventi del primo episodio di Breaking Bad. Momento in cui Kim riesce a fare anche una bella chiacchierata con Jesse Pinkman.

Non c’è fanservice: la presenza di Bryan Cranston e Aaron Paul è assolutamente funzionale allo sviluppo e alla comprensione del personaggio di Saul. E infatti arriviamo al climax, all’ultimo episodio. Gene viene scoperto dopo aver commesso un’ingenuità, dopo aver provato a tornare Saul. Chiamare Kim sentendosi dire di andare a costituirsi deve aver iniziato a lavorare sul suo subconscio; l’arresto era ormai inevitabile.

Dapprima Saul (ora è assolutamente tornato a essere Saul) riesce a convincere l’accusa a passare da quasi duecento anni di carcere a sette, aveva già firmato l’accordo. Poi scopre che Kim ha confessato un fattaccio successo anni prima (non ho parlato di Howard, troppa roba) e gli va il cervello in cortocircuito. Non credo che il problema fosse il rischio di una causa civile per lei, e non credo nemmeno che la sua coscienza gli abbia imposto chissà quale scelta morale.

La chiave è sempre stata Kim

Nell’ultimo episodio ci sono due flashback chiave. Il primo assieme a Mike nel deserto in cui Saul (o era ancora Jimmy?) chiede a Mike cosa farebbe con una macchina del tempo. Mike risponde senza esitare che tornerebbe al 1984, a quando ha preso la sua prima mazzetta. Rimpianti. Alla stessa domanda Saul risponde con un elaborato piano di viaggi nel tempo che lo porterebbe a tenersi i sette milioni del cartello che stanno portando a Lalo. “Soldi? Solo soldi?” gli chiede Mike. “C’è dell’altro?”.

La stessa domanda Saul la farà anche a Walt quando si trovano assieme nel seminterrato del tizio degli aspirapolveri. Walt, anche lui senza esitazione ed esplicitando che stanno parlando di rimpianti, dice che sarebbe rimasto in Grey Matter ritrovandosi probabilmente un onesto miliardario. Saul, questa volta sfoggiando la sua maschera, risponde minimizzando dicendo che il suo unico rimpianto è relativo a una piccola truffa fatta da ragazzo. “Ah, quindi sei sempre stato così?” Walt dimostra ancora una volta la sua fallace superiorità morale, di quello che non è cattivo e lo sta facendo per la famiglia, ma dice anche una grande verità.

Jimmy, Saul, Gene sono, anzi è, sempre stato così. L’unica variabile è Kim. “Mi rendi felice, come può essere una brutta cosa?”. Alla fine di tutto, Jimmy, sì perché adesso è di nuovo Jimmy, ha capito che il rispetto di Kim è la cosa più importante. Più importante dei soldi, più importante della fama, più importante della libertà stessa.

Sceglie di liberarsi la coscienza, non per sé stesso, lui non ne ha realmente bisogno, ma per lei. Perchè ha bisogno di lei. E si prende 86 anni di prigione. La serie si chiude con Kim che visita Jimmy nell’unica prigione in cui non voleva andare, e si fumano una sigaretta come ai vecchi tempi. Con la schiena appoggiata al muro, in una scena tutta in bianco e nero ad eccezione della sigaretta accesa. Meglio una vita dietro le sbarre con il rispetto di Kim, con l’amore di Kim, piuttosto che essere libero dopo pochi anni senza lei.

Better Call Saul è meglio di Breaking Bad

Better Call Saul è meno immediata, più lenta, più cerebrale, più malinconica. Breaking Bad è più rocambolesca e viveva in una sua sorta di realtà aumentata. La serie di Walt è un racconto allegorico che necessita di sospensione dell’incredulità per essere apprezzata appieno. Sospensione facile e automatica grazie a interpretazioni magistrali e personaggi scritti meravigliosamente; invece Better Call Saul è un racconto umano e realistico come ne ho visti pochi.

Ritengo sia immensamente più complicato essere così veri, lenti, nudi e crudi rimanendo allo stesso tempo estremamente interessanti. Artisticamente è un’espansione della serie originale che culmina nel meraviglioso finale in bianco e nero.

Spesso chiudo consigliando la visione, l’ascolto, l’acquisto, o quello che è. Ma se siete arrivati fin qui spero davvero che l’abbiate già vista tutta e ne abbiate goduto almeno quanto me. Ciao Jimmy, è stato bellissimo.

Luca Di Maio

0 0 votes
Article Rating