Nell’universo del rock progressivo emotivo quasi nessun batte Bjorn Riis. In realtà quest’anno ci sono forse riusciti i Nosound, ma non fanno esattamente la stessa cosa; il gruppo di Giancarlo Erra si muovi su territori più sperimentali, mentre il gigante buono norvegese raramente esce dal seminato (succede talvolta con gli Airbag, e ho come la sensazione che ci sia lo zampino del cantante), ma lo fa con una classe senza eguali.

La sua proposta solista è sia più pesante, che più rarefatta rispetto a quella degli Airbag; con riffoni grassi figli della sua passione per il metal più ortodosso che si alternano a passaggi meditati e assoli Gilmouriani in un susseguirsi di scossoni, ansia e sogni. Il risultato è l’ennessimo disco di pregevolissima fattura in cui lo vediamo cimentarsi anche in qualcosina di architetturalmente fuori dai suoi schemi (She, il mio pezzo preferito del disco), oltre che alle prese con testi introspettivi che lo mettono sempre più a nudo. Penso di preferirgli il precedente Everything to Everyone, ma magari è solo una questione di tempistiche. Tanta, tanta meraviglia.

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