Prima di analizzare l’episodio interattivo di Black Mirror “Bandersnatch” vi chiedo di rispondere a due domande fondamentali: cosa rimarrebbe di questo lungometraggio senza la componente interattiva? Cos’è realmente questa componente interattiva? Se volete, fermatevi qualche minuto a pensarci prima di continuare a leggere le mie personalissime risposte.

Cosa rimarrebbe di questo lungometraggio senza la parte interattiva?

In breve: niente. Dico così perché Black Mirror non nasce come puro intrattenimento, asce come feroce critica alla società moderna e come campanello d’allarme riguardo la direzione che stiamo prendendo come umanità. Le prime due stagioni e il primo episodio della terza stagione Nosedive, si basavano su due componenti fondamentali: la critica sociale appunto, che ne era il cuore argomentativo e l’effetto “wow” alla fine dell’episodio, che ne era il cuore emotivo. Fino a Nosedive queste due componenti sono sempre andate a braccetto. Anche l’episodio più debole fino a quel punto, Be Right Back, passa questo esame alla perfezione.

Subito dopo, quasi il nulla. Il cuore argomentativo è scomparso per non fare mai più ritorno, mentre il cuore emotivo è comparso a sprazzi, in particolare si ricorda in San Junipero e in Hang The DJ. Tutto questo per dire che Bandersnatch, in tutte le sue iterazioni, è al livello di USS Callister. Non c’è profondità critica, è puro intrattenimento; e il la componente emotiva è minima, si sente nel finale della morte da bambino, peccato che tutta quella storia sia solo un clamoroso “omaggio” a Donnie Darko.

Aggiungo che, come nelle due stagioni precedenti, sono molto bravi a farcelo percepire come profondo parlando di libero arbitrio, di universi paralleli, di traumi passati, peccato che poi sotto la crosta rimanga ben poco. Per esempio, approfondire la meta-narrativa con l’intervento di Netflix stesso come deus ex machina non sarebbe stato per niente male in quanto si poteva davvero inziare un complesso discorso sul libero arbitrio, purtroppo quel finale è stato buttato nella peggior caciara.

Leggo di critici che ci trovano influenze o citazioni da Delitto e Castigo e mi sembra di vivere a mia volta in un universo parallelo. Ho visto la stessa cosa? Non si parla di colpa e, in senso più assoluto, non c’è nessun dramma interiore. E’ difficile essere puntuali nella critica di qualcosa che manca (i due cuori di cui sopra), in quanto semplicemente non ci sono.

Cos’è realmente questa parte interattiva?

Monkey Island. O meglio, una qualsiasi avventura grafica punta e clicca, o ancora meglio, un film interattivo punta e clicca. I primi giochi di questo tipo sono stati sviluppati proprio a metà degli anni ’80 (Maniac Mansion è uno dei primi che ricordo, il più conosciuto Day of the Tentacle ne è il seguito) e sono sempre esistiti; mentre i film interattivi non animati partono a inizio anni ’90, ne ricordo uno bellissimo di nome Ripper con un cast esagerato che comprendeva Christopher Walken e Paul Giamatti, e i Blue Oyster Cult nella colonna sonora.

Questi videogiochi, contrariamente a quello che crede gran parte dell’opinione pubblica, hanno spesso una profondità narrativa ed emotiva superiore a molto cinema e molta televisione. Compreso Bandersnatch al quale, in più, manca la complessità di interazione: abbiamo scelte forzate sulle quali ti obbliga a ritornare, scelte totalmente irrilevanti, e scelte divertenti giusto per vedere cosa succede. Quello che scegliamo non influenza veramente la narrazione, tanto che poi alla fine ti spinge sempre a tornare indietro per vedere tutti gli altri possibili finali rendendo il nostro intervento piuttosto irrilevante.

Quindi?

Non ho nulla contro la componente interattiva, il problema è che per funzionare deve poggiare su basi narrative e argomentative almeno sufficienti; altrimenti è meno di un giochino scadente. Il meta-discorso è senza dubbio il più interessante, quello che andava approfondito, e che avrebbe dovuto costituire entrambi i cuori dell’episodio: le scelte del telespettatore come influenza diretta e percepita nella narrazione. E’ stato fatto, ma non in modo serio, ed è sicuramente stata un’occasione persa.

Tuttavia ho come l’impressione che Charlie Brooker lo sappia, chi ha scritto i primi 8 episodi è sicuramente molto più intelligente di così. Il mio sogno perverso è che un giorno crei l’episodio finale nel quale ci rivela che le ultime stagioni erano un test per l’umanità, e che noi abbiamo tragicamente fallito.

Fino a quel momento però Black Mirror continuerà ad essere quello che nelle prime due stagioni aveva fortemente criticato. Intrattenimento pseudo-intelligente, buono per far compiacere le grandi menti dell’internet, per fargli credere di aver colto chissà quali sottotesti profondi mentre di fatto non hanno colto nulla se non la loro stessa superficialità esemplificata da trame banali e scevre da qualsiasi riflessione intelligente. Praticamente Black Mirror ed i suoi fan hanno fatto lo stesso percorso di Bing in Fifteen Million Merits: sono passati dal dire qualcosa di vero, sentito e che ha toccato nel profondo, a ripetersi giornalmente con qualcosa di vuoto e irrilevante, che comunque fa impazzire le folle nella convinzione che sia la stessa cosa che lo aveva generato. Contenti loro.

Luca Di Maio

“Volevo … volevo solo riuscire ad arrivare fin qui per farmi ascoltare da voi. Per costringervi almeno una volta nella vostra vita ad ascoltare davvero qualcuno, invece di stare lì a far finta di farlo. Vi accomodate a quel tavolo, guardate verso questo palco e … noi, noi ci mettiamo subito a ballare, a cantare come dei pagliacci. Per voi non siamo delle persone, voi … voi non ci vedete come degli uomini quando siamo qui, ma della merce, e più siamo falsi più vi piace, perché è la falsità ormai l’unico valore, l’unica cosa che riusciamo a digerire. Anzi, no, non l’unica: il dolore e la violenza, accettiamo anche quelli. Attacchiamo un ciccione ad un palo e iniziamo a deriderlo perché crediamo sia giusto. Noi siamo quelli ancora in sella e lui è quello che non ce l’ha fatta, AHAH che scemo! Siamo talmente immersi nella nostra disperazione che non ci accorgiamo più di nulla, passiamo la nostra vita a comprare cazzate. Tutto quello che facciamo, i nostri discorsi sono pieni di cazzate. Insomma, sapete qual è il mio sogno? Il mio sogno più grande è comprare un cappello per il mio avatar, una cosa che neanche esiste! Desideriamo stronzate che neanche esistono e siamo stufi di farlo. Dovreste darci voi qualcosa di reale, ma non potete, giusto? Perché ci ucciderebbe. Siamo talmente apatici che potremmo impazzire. C’è un limite alla nostra capacità di meravigliarci, ecco perché fate a pezzi ogni cosa bella che vedete. E solo a quel punto la gonfiate, la impacchettate e la fate passare attraverso una serie di stupidi filtri, finché di quella cosa non rimane che un mucchio di inutili luci, mentre noi pedaliamo un giorno dopo l’altro, per andare dove? Per alimentare cosa? Delle celle minuscole con dei piccoli schermi, e sempre più celle e sempre più schermi, e quindi FANCULO! Fanculo al vostro dannato spettacolo, fanculo … fanculo voi che ve ne state lì e non fate nulla per cambiare le cose. Fanculo alle vostre telecamere e i vostri maledetti canali e fanculo tutti per aver trattato la cosa più cara che avevo come se non valesse nulla … per averla afferrata in un oggetto, in un giocattolo, l’ennesimo orribile giocattolo in mezzo a milioni di altri. Fanculo! Fanculo per tutto quanto! Fanculo per me, per noi, per tutto il Mondo, fanculo!”
(Black Mirror, 1×02, Fifteen Million Merits)

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