Nel nord della Finlandia puoi fare tre cose: suonare in un gruppo, diventare un alcolizzato, o suicidarti. Noi abbiamo deciso di avere un gruppo che parla di suicidarsi e alcolizzarsi”. Questo dirà nel 2000 Sami Lopakka, chitarrista e principale autore dei testi dei Sentenced, promuovendo il loro capolavoro Crimson. E può essere considerato il manifesto di un intero movimento: il Suicide Metal Finlandese. Tristezza cosmica, rassegnazione, alcolismo, suicidio, amore negato e una buona dose di autoironia sono la base di questi dieci anni di fuoco e sangue.

Cominciò tutto con la svolta dei Sentenced. Prima del ’95 suonavano del Death Metal piuttosto putrido con elementi quasi Black Metal, ma con Amok e l’ultima apparizione di Taneli Jarva alla voce cambiò tutto. Un misto tra growl e un quasi pulito; musicalmente non possiamo più parlare di Death Metal, ma di una sorta di heavy metal classico a tinte death con atmosfere piuttosto gotiche sull’onda di quello che era successo negli anni precedenti in Inghilterra con Paradise Lost e Anathema.

Nepenthe è il primo vero assaggio di Suicide Metal con il suo incipit da pelle d’oca: “Pensa a tutto il bello nella tua vita, è solo temporaneo. Pensa a tutti i lati positivi della vita, non dureranno per sempre. Allora bevi per dimenticare, annega la tua tristezza…”. Il baratro è aperto e si continua solo a scendere.

Passa infatti solo un anno e con Ville Laihiala alla voce arriva Down. Le coordinate sono simili, ma con un cantato sempre più pulito e con un dramma dentro che non si era mai sentito. Qui abbiamo Noose, Sun Won’t Shine, Bleed e tantissimi altri pezzi che diventeranno loro cavalli di battaglia, ma che soprattutto completeranno la vera definizione di un genere: voce cupa, ritmiche pesanti alternate a sezioni aperte e melodiche, e soprattutto i temi e le atmosfere di cui sopra. Il tutto continua con Frozen, dove alternano pezzi chiaramente autoironici come The Suicider, a buio cosmico come in The Rain Comes Falling Down e a momenti di amore-morte come Drown Together.

Proprio a partire da Down, piano piano, comincia una sorta di movimento. In realtà in Finlandia la poesia è sempre stata molto “suicide”, ma chiaramente nessuno al di fuori dei loro confini si è mai sognato di leggere Eino Leino, mentre con rock e metal riescono ad uscire dai loro ghiacci e condividere il loro estremo disagio con il resto del mondo.

I primi a seguirli sono gli HIM, con il loro capolavoro assoluto Greatest Lovesongs Vol. 666: un disco di una bellezza fuori dal comune che prende i Sentenced di Down e li romanticizza mantenendo però inalterate le atmosfere cupe, anzi, forse incupendole ulteriormente un po’. Nulla a confronto con il Pop Metal che verrà poco dopo (anche se, in mezzo alla romanticheria generale, sentire centinaia di ragazzine urlare “VIVERE QUESTA VITA NON HA SENSO!” durante Join me in Death non aveva comunque prezzo).

È nel ’99 però che il genere esplode con una miriade di gruppi che scoprono di poter esprimere tutta la loro disperazione; e con un’etichetta, la Spinefarm Records, che ne intuisce il potenziale mettendoli tutti sotto contratto. In pochissimo tempo vediamo debuttare To/Die/For, Charon, Cryhavoc e Entwine, oltre che gruppi ormai attivi da tempo come The 69 Eyes e Amorphis che si lanciano sul genere per qualche album. Il bello di questo movimento non coordinato è che musicalmente siamo sulla stessa lunghezza d’onda, ma ogni rappresentante mantiene una chiarissima identità, non ci sono scimmiottamenti, c’è solo voglia di buttare fuori tutto il disagio esistenziale e generazionale in cui si trovano. Una sorta di New Wave of British Heavy Metal per aspiranti suicidi.

Gli Amorphis rimangono all’interno del movimento solo durante il periodo di Pasi Koskinen. In particolare Tuonela è una perla di Rock Progressivo a tinte suicide che consiglio a tutti (nella cassetta trovate The Way, ma tutto il disco meriterebbe ben altra gloria). I The 69 Eyes, un gruppo che dai primi anni ’90 faceva principalmente del Glam Rock piuttosto tamarro, passano sorprendentemente attraverso il Suicide nello stesso periodo, probabilmente senza rendersene conto. Nel 2002 intervistai Jyrki e mi scappò una domanda riguardo al tema suicidio, la risposta fu incredibile “Non ho mai parlato di suicidio”, io subito “e The Chair?” (“dai un calcio alla sedia sotto di me, lasciami penzolare da solo nella mia tristezza”), lui ci pensò un po’ su, si ripeté tra sé e sé il ritornello e mi fece “wow, non avevo mai pensato che potesse essere interpretata così. Voleva essere una metafora per dire di lasciarmi da solo nella mia tristezza”. Mi apparve così sincero che ci credo senza ombra di dubbio. Evidentemente in Finlandia si utilizza il suicidio come metafora della vita quasi senza rendersene conto.

Le nuove leve invece entrano nel Suicide e non ne escono più, vive. Portando una voce filtratissima e un po’ di elettronica, i To/Die/For occupano un posto di rilievo nel movimento grazie ai loro primi tre album nei quali l’amore disperato è sicuramente il tema dominante. Lo stesso vale per gli Entwine, spesso considerati dei cloni degli HIM, ma che con Gone e Time of Despair riuscirono a differenziarsi abbastanza da essere ricordati quasi vent’anni dopo. I Cryhavoc invece escono fuori dagli schemi partendo dai Sentenced di Amok, ma aggiungendo una fortissima dose di autoironia. Soprattutto il secondo e ultimo disco Pitch-Black Blues ha un grandissimo tiro quasi Goth’n’roll con testi suicide. Una ventata d’aria fresca,

I Charon di JP Leppaluoto prendono forse un po’ troppo in prestito dai Sentenced, finiscono però per fonderli con gli HIM e ne esce fuori qualcosa di metal, ma anche molto ruffiano. La voce profondissima di JP fa da base perfetta per canzoni che parlano di autodistruzione, amore/morte e la solita tristezza cosmica. Detto così può sembrare tutto uguale, ma ascoltando la nostra cassetta potrete constatare che fino al 2003 il tutto suonava eccezionalmente fresco.

In questo viaggio ci troviamo anche i Sonata Arctica a rappresentare quel Suicide Power Metal; genere che non è mai esistito, se non nella mia testa. Ho però sempre pensato che se avessimo potuto rallentare e appesantire i Sonata, ne sarebbero usciti i Sentenced, e dalle ballate qualcosa si intuisce. Attenti poi anche agli sconosciutissimi Rapture che musicalmente copiano i Katatonia, ma concettualmente sono Finlandesi fino al midollo.

Nel frattempo i Sentenced continuano la loro crociata contro la vita. Nel 2000 esce il loro capolavoro definitivo Crimson: il disco più personale dei fondatori del movimento. La tristezza è cosmica, ma ragionata e motivata. Non è fine a se stessa come a volte è accaduto negli album passati. Su Crimson i testi sono degli affreschi della psiche locale del periodo, che ti entrano nel cuore senza mai uscire.

Due anni dopo è la volta del quasi altrettanto valido The Cold White Light. Qui ci dicono voler chiudere il capitolo suicidio con un nuovo pezzo autoironico intitolato Excuse Me While I Kill Myself, evidentemente iniziavano già a capire che qualcosa stava finendo.

Seguono gli ultimi sussulti con i Poisonblack, fondati da un Ville Laihiala alla chitarra assieme a JP dei Charon. In Escapexstacy si parla più di dipendenza che di suicidio: l’amore, il sesso e la droga rientrano nello stesso mondo e spesso si confondono. Love Infernal potrebbe parlare di qualsiasi delle tre cose e avrebbe ugualmente senso.

Contemporaneamente arrivano anche i For My Pain con il loro bellissimo e unico album Fallen. Le tastiere del fondatore dei Nightwish Tuomas Holopainen stendono un tappeto meraviglioso sul quale si destreggia la suadente voce dello sconosciuto Juha Kylmänen. Risultano più commerciali degli altri, ma con la stessa tristezza.

Poi BAM! Come il colpo di pistola alla fine di Let Go, i Sentenced annunciano The Funeral Album, il loro ultimo disco. Faranno un concerto finale nel 2005 e presenteranno così la canzone di chiusura End Of The Road: “Chiudiamo con l’ultimo pezzo scritto dai Sentenced, l’ultimo che mai scriveranno”. E qui come per magia, magia nera, il movimento cessa di esistere. Alcuni gruppi implodono (Charon, For My Pain, Rapture, Cryhavoc), altri cambiano registro (Amorphis, The 69 Eyes, HIM), altri continuano in modo vagamente simile, ma senza conservare la magia di questi anni d’oro (Entwine, To/Die/For e Poisonblack).

Il “BAM!” più forte arriva però il 18 febbraio 2009 con la morte di Miika Tenkula. Fondatore, chitarra solista e autore quasi unico dei Sentenced. La sua morte a soli 34 anni, dovuta apparentemente a un difetto cardiaco congenito, ha ucciso qualsiasi possibilità di rinascita di un movimento già morto e sepolto. E forse è meglio così: una reunion dei Sentenced ultra-quarantenni, bolsi e pelati a cantare di quanto la vita fa schifo e di quanto si vogliono tagliare le vene sarebbe stata sicuramente grottesca. Tuttavia qualcuno che ha usato il nickname “Sentenced” per tanti anni pagherebbe qualsiasi cifra per poterli rivedere in qualsiasi forma, almeno una volta, a prescindere da tutto.

C’è una coda. Ville Laihiala ha continuato con i Poisonblack, e dopo lo scioglimento dei Sentenced ha preso in mano anche le parti vocali. La magia non sarà mai più la stessa. I loro dischi scorrono spesso uno uguale all’altro, e guarda caso il migliore sarà sempre il primo con JP alla voce; scritto e prodotto durante gli anni d’oro del movimento. Unica eccezione: Scars. Un pezzo di grandissima intensità, il tema non è quello dei vent’anni, e non avrebbe nemmeno senso che lo fosse, ma Ville riesce a trasmettere la stessa tristezza che ha trasmesso per nove anni con i condannati. Purtroppo in Italia su Spotify non c’è, ma qui a fianco potete trovare il video da YouTube.

E’ un finale amaro: i Poisonblack si sono sciolti, Laihiala ha formato gli anonimi S-TOOL cambiando definitivamente registro, Sami L. e Sami K. militano negli assurdi ma validi KYPCK (gruppo Finlandese a tema bellico che canta solo in russo; Lopakka ha addirittura una chitarra customizzata su un telaio di un Kalashnikov) e il movimento è morto e sepolto da oltre un decennio senza possibilità di resurrezione. Come avevano previsto.

“E’ stato un lungo viaggio, ma una breve e strana vita, ora che è giunto il tempo di salutarsi me ne andrò piangendo, ma sollevato, con amarezza e gioia” – Sentenced, With Bitterness and Joy (libera traduzione).

Luca Di Maio

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