Secondo episodio di “Fosforo”. L’obiettivo è sempre quello di ricordarvi cose, punzecchiare la vostra mente, focalizzare la vostra attenzione e svegliarvi dal torpore. Oggi trovate quattro pillole da tre MangiaCassette diversi: una rarità.

Come sempre ci facciamo aiutare da supporti video e dalla playlist “Fosforo” che aggiorneremo ogni volta con le nuove pastiglie dell’elemento miracoloso.

“Fosforo Musicale” sta avendo un suo un suo sviluppo anche sul nostro sempre più seguito canale Instagram. Stiamo producendo dei brevi video nelle storie in cui parliamo degli stessi temi e condivideremo immagini di video, citazioni e altro materiale.

E ora andiamo avanti.

 

RUSSIA parte 2? NO, BIELORUSSIA – MOLCHAT DOMA

Ormai non riesco più a fare a meno di esplorare l’estremo Est alla caccia di qualcosa che mi è sempre sfuggito, un po’ come un talent scout cerca calciatori promettenti in giro per il mondo. Parto puntando la lente d’ingrandimento sempre verso la Russia, ma devo spostarmi di qualche centimetro prima che qualcosa catturi veramente la mia attenzione. Mi fermo a Minsk, in Bielorussia. Loro sono un trio post-punk new-wave fondato nel recente 2017 ed il loro nome è Molchat Doma (tradotto “le case tacciono”). Il genere non l’ho mai particolarmente digerito, ma vengo ipnotizzato. Il sound dei Molchat è uno scontro frontale tra una Lada-Vaz e una Rover 3500, est e ovest, Kino e Joy Division. Tutto ci catapulta negli anni ottanta, ma c’è qualcosa che ci tiene aggrappati al presente, tutto è serioso, ma c’è una punta di ilarità.

Vi lascio questo videoclip che è veramente una chicca.

Recentemente abbiamo parlato di cover migliori dell’originale (e in passato anche di Pop Metal). Beccatevi anche questa:

(Fabio Baroncini)

More Morcheeba.

Con una ballad onirica nel completo e fedele stile Morcheeba, Sounds of blue, Skye Edwards, una delle voci più morbide ed avvolgenti dagli esordi novanta is back. La versione che torna è la mia preferita, cioè la loro indole trip hop, quella di Blindfold, per intenderci.

Un video accompagna il testo. Le immagini riprendono un concept semplice, ma che avrete visto essere molto in voga nei visual musicali e d’arte (anche JLo ha appena proposto una situazione analoga). Riprese sott’acqua, soggetto unico (la Edwards) in movimenti fluidi tra flutti e tessuti di vestiti che mimano le movenze di creature marine, sospese.

Con la Edwards compare Ross in scialuppa con lei. Verso una nuova meta. È il caso di dirlo, more Morcheeba. Aspettando l’album Blackest Blue in uscita a maggio, naufragare è dolce.

 

“The waves awoke emotive emotions

Whilst resisting this urge to

Breathe as I’m swimming down

Free when I’m sinking down

Take it all in to begin with

Don’t let it out till the surface

Now with a purpose, I’m ascending

So romantic, this is tantric, oceanic”

(Sara Capoferri)

 

Non riesco a immaginarmi nulla di meglio: i God is an Astronaut dal vivo

Purtroppo li seguo da relativamente poco e non ho ancora avuto l’occasione di vederli dal vivo, ma dopo aver visto questo video ho come un chiodo fisso.

Il gruppo post-rock Irlandese è ormai uno dei nomi di spicco della scena rock strumentale a livello globale. Sono attivi da quasi vent’anni e hanno dieci bellissimi album alle spalle (tra pochi giorni potrete leggere la recensione dell’ultima fatica Ghost Tape 10). Incredibilmente, nessun album dal vivo.

Non me ne capacito perché guardando questa meraviglia l’unica cosa che mi viene da pensare è che dovrebbero suonare dal vivo 24 ore su 24 per tutto il mondo. Se non vi bastano le prime due canzoni, cercate di arrivare a All is Violent, All is Bright. È uno dei loro pezzi più conosciuti, e dal vivo acquista una qualità metallica dirompente completamente assente dalla versione in studio. La sezione finale è al cardiopalma: ogni volta che parte mi trovo in piedi, con un sorriso sul volto, estasiato.

E non è una musica felice. È un distillato di emozioni tra l’angosciante e il disperato, ma la meraviglia e la perfezione riescono sempre a strappare un sorriso anche quando il mood non dovrebbe permetterlo.

(Luca Di Maio)

The Vaccines – No One Knows

“Cosa ti aspettavi dai The Vaccines?” diceva la band londinese nel 2011 nell’album di debutto.

Cosa mi aspetto dai The Vaccines? Dico io nel 2021, dopo che Combat Sports del 2018 mi ha deluso.

Lo ammetto ho un debole per Justin Young e soci. Sono una delle poche band che ritengo veramente importanti nel panorama rock moderno: una mostruosa macchina da guerra nella produzione di brani da ballo ottenuti dalla combinazione di riff moderni e batteria schizofrenica, uniti a tastiere e ammiccanti atmosfere alla Happy Days.

Ma se nell’album di debutto era tutto perfetto e in perfetto equilibrio, in quelli a seguire si è perso un po’ tutto. Non che non siano validi; prese singolarmente le canzoni sono tutte godibili, ma gli album nel complesso fluiscono decisamente meno. E si sa, quando le aspettative sono alte, è facile deludere.

Inutile dire che attendo con ansia il nuovo album, ma nel frattempo…

“COSA?! I Vaccines hanno fatto una cover di No One Knows!” “No non toccatemi No One Knows. È un pezzo di storia, era il brano che ci faceva correre in pista anche se stavamo facendo la fila per il drink!”

Il nostro io giovane e progressista è sempre in conflitto con il nostro boomer interiore che vorrebbe lasciare intatti tutti i capolavori che hanno fatto la storia. Per quanto mi riguarda spesso vince il primo, quindi mi butto a capofitto nella cover e incrocio le dita:

Il pezzo assume tutto un altro taglio: ammiccante e avvolgente come un flirt. Non voglio pronunciarmi oltre, lascio a voi il giudizio.

(spoiler: ha nuovamente perso il boomer)

(Fabio Baroncini)

 

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