Immaginatevi di essere morti. Ma non morti del tutto. Non riuscite a muovere neanche un muscolo, apparite completamente senza vita, ma siete perfettamente coscienti. Cercate di urlare con tutto il fiato che avete in corpo, provate in ogni modo a muovere le braccia, ad afferrare e strappare quel sacco nero in cui siete sigillati, ma niente. Poi un rumore sordo, siete dentro un loculo, in attesa della bara. Vi sentite urlare, ma è come se non aveste la bocca. Volete a tutti i costi sbattere i pugni contro quella porticina di metallo per farvi sentire, ma niente, solo le vostra urla mute (Adrift).

Siete dentro la bara. Nel momento esatto in cui viene chiusa vi rendete conto di iniziare a sentire qualcosa. Non potete ancora muovervi, ma è come se fosse possibile. Vi affannate ancora di più, le urla interiori diventano grida; la vostra furia non si placa e per alcuni attimi è come se vi trovaste fuori dal vostro corpo, spettatori di una scena presente solo nella vostra testa (Burial). Poi una sensazione di vuoto; la bara è appoggiata a terra, sentite come l’odore della terra bagnata che la circonda, e la vostra mano si muove. Non il braccio, quindi iniziate a grattare il fondo della bara con le dita. In pochi secondi percepite l’odore acre del vostro sangue, le vostre dita massacrate (In Flux/Spectres).

Riuscite a muovervi. Calci, pugni, ancora urla. L’oscurità è totale, ma è come se riusciste a vedere il vostro sangue lasciare indelebili segni sul coperchio della bara. Senza alcun risultato. Da tempo il rumore della terra depositata sopra di voi ha reso il silenzio che vi circonda ancora più surreale; un assurdo contrasto rispetto alle urla che riecheggiano senza sosta all’interno del vostro cranio (Fade).

All’improvviso luce. Vi hanno sentito. Le urla, le botte, il sangue e la disperazione sono serviti. Stanno scavando con tutta la forza che hanno e finalmente vedete la luce. Chiudete gli occhi perché è troppo accecante, li riaprite e siete nuovamente avvolti dalle tenebre (Barren Trees).

Dalle tenebre passate a una luce sottile, bianca, poi soffusa; questa non vi abbaglia, ma vi conforta e vi porta via, lontano (Luminous Waves).

Signore e signori, questo è Ghost Tapes #10 dei God is An Astronaut. Il primo grandissimo album di questo 2021.

Trattandosi di un disco completamente strumentale, è evidente che la narrativa sia solo una mia libera interpretazione dettata dalla fortissima emotività delle composizioni e dal periodo surreale che noi tutti stiamo vivendo. I loro album sono sempre stati un distillato di sentimenti, di emozioni, di angosce, di paure e anche di speranze. Ghost Tapes #10 è violenza emotiva. Autoinflitta.

Non so se sia stato scritto prima, dopo o durante questa folle pandemia, ma riesce a catturarne alcuni aspetti alla perfezione. Sono presenti le loro famose aperture melodiche, ma sono estremamente ridotte, principalmente lasciate a quell’ambiguo finale apparentemente ricco di speranza, ma in realtà forse più buio di quanto lo precede.

È senza dubbio alcuno l’opera più violenta, più metallica e più furiosa della loro carriera. Siamo sempre nell’universo post rock, ma con più di un piede nel mondo metal; definirlo un album post metal non sarebbe totalmente sbagliato. Il riffing è oltre il limite del thrash più violento, sempre condito dalle loro distorsioni estreme. Le tastiere sono presenti, ma in modo molto diverso rispetto ai dischi precedenti: sono portatrici di angoscia piuttosto che di luce e aggiungono ansia alla furia incontrollata degli strumenti elettrici e della devastante batteria. Dal vivo ci sarà da farsi male.

Il gruppo Irlandese non è famoso per aver portato particolari evoluzioni alle proprie sonorità nei quasi vent’anni di attività. L’album di debutto si differenzia dai successivi per una natura molto più dance/trip hop, mentre Origins nel 2013 riesce a ergersi come particolare esempio di progressione sul versante synth. Per il resto ci hanno abituati a delle sontuose rielaborazioni su All is Violent, All is Birght che si sono susseguite negli anni rimanendo sempre su livelli altissimi generando reali preferenze solo sulla base della connessione emotiva.

Ghost Tapes #10 è quindi un forte stacco rispetto al passato. Non sono sicuro che la violenza di Burial e Fade sarà realmente accettata da tutto il seguito del gruppo, ma allo stesso tempo può essere considerata quanto di più originale si possa concepire nel 2021 utilizzando delle chitarre. Barren Trees e Luminous Waves fungono da conforto a chiunque sia reticente al cambiamento riuscendo a recuperare il sound classico del gruppo; poste in chiusura, come ideale collegamento al futuro più che al passato.

È un disco meraviglioso, ma quel meraviglioso poco piacevole, quel meraviglioso che bisogna andarsi a cercare con la giusta predisposizione; pena il rischio di rimanere un po’ sconvolti e turbati. Per quanto mi riguarda il suo essere poco piacevole è anche il suo più grande punto di forza.

Luca Di Maio

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