La storia è piena di dischi dal vivo iconici che ogni amante della musica dovrebbe già conoscere a menadito. Oggi non parlerò di quelli. Il mio intento è di tessere le lodi di alcuni album dimenticati, o bistrattati, o semplicemente di nicchia, che potrebbero essere sfuggiti anche ai più grandi appassionati.

Le coordinate sono quelle rock a maglie larghissime tipiche di MangiaCassette. Per questo articolo il rock va dagli Iron Maiden ai Daft Punk passando per Björk e tutto quello che ci sta in mezzo. Il rock per noi è in primis un’attitudine, un modo di vivere e sentire la musica, solo dopo è legato a degli schemi prettamente compositivi.

Da un po’ di tempo mi sembra di percepire che il fascino dell’album dal vivo stia pian piano diminuendo; probabilmente perché con l’incredibile mole di musica che viene vomitata sull’etere ogni secondo nessuno ha tempo di vedere le cose sotto un’altra angolazione, e si accontenta. Si mettono un paio di pezzi in playlist e li si riascoltano all’infinito, in shuffle, assieme a tutto il resto. Invece le canzoni dal vivo si mostrano diversamente, a volte perché volutamente stravolte, a volte perché è stata una serata particolarmente magica, spesso semplicemente perché rappresentano un momento preciso che è già svanito. Certo, anche i live album non sono esenti da “ritocchini” in studio; ma nei migliori è evidente che si riesca a respirare quell’aria plumbea e euforica che si trova solamente sotto a un palco.

I dischi che sto per presentarvi rappresentano solo un fugace spaccato delle cinque decadi che ci precedono; non so dirvi se siano “I Migliori Live Album” di sempre, probabilmente no. Sicuramente sono tutti lavori che ogni appassionato di musica dovrebbe per lo meno ascoltare; poi senza dubbio qualche scintilla scoccherà.

L’ispirazione per questo format viene dagli articoli di Fabio Zuffanti scritti per Rolling Stone negli ultimi due anni. Vi consiglio di leggerli tutti perché c’è solo tantissimo da imparare.

*le date indicate sono quelle di registrazione, non di uscita.

Björk – Debut Live (1994-1995) (Cantautorato acustico)

La serie MTV Unplugged è senza ombra di dubbio la cosa migliore mai concepita dalla tanto criticata emittente. In totale contrapposizione al costante intento omologativo che ne ha caratterizzato la storia, la serie Unplugged è stata in grado di far uscire gli artisti dalla loro zona di confort; li ha sfidati e li ha messi in difficoltà dandogli l’occasione di produrre alcuni lavori che sono rimasti eventi unici riconosciuti tra i migliori album della storia.

Quello di Björk non è tra questi, o meglio, non è tra quelli universalmente riconosciuti, ma dovrebbe esserci. Il folletto islandese fu annoiatissima dal tour di supporto al suo primo album Debut in quanto non rappresentò un vero momento creativo; al contrario l’occasione generata da MTV si rivelò una vera e propria liberazione in grado di produrre una delle esibizioni più incredibili mai viste e mai sentite.

I pezzi del suo debutto discografico sono completamente stravolti da arrangiamenti minimalisti volti a valorizzare la sua voce e le sue doti interpretative. Björk è unica al mondo nel suo riuscire a essere prima ferale e poi avvolgente, nel suo accarezzare dolcemente per poi essere urticante come un’edera velenosa. Venus as a Boy, Big Time Sensuality e Violently Happy sono solo i momenti più alti di un’esibizione che dovrebbe essere ritenuta leggendaria.

Esibizione in cui l’art dance di Debut è stata denudata e ridotta ai minimi termini con arrangiamenti di arpa, fiati, piano e percussioni andando a trasformarsi in una suggestione acustico-etnica unica nella storia. Inizialmente disponibile solo in DVD con svariati tagli televisivi, è finalmente uscito su CD nel 2003 in tutto il suo splendore.

Iron Maiden – Beast Over Hammersmith (1982) (Heavy Metal)

Quando si parla di dischi dal vivo della vergine di ferro sembra che esista solamente Live After Death; al massimo i più giovani adorano Rock in Rio. Ma Beast Over Hammersmith, registrato pochi mesi dopo l’entrata di Bruce Dickinson nel gruppo e due giorni prima dell’uscita di The Number of the Beast, li cattura in un momento semplicemente magico.

L’album completo è uscito solo nel 2002 nel cofanetto Eddie’s Archive, precedentemente era disponibile solo un video con un numero ridotto di pezzi. Purtroppo la qualità video, e in generale l’estetica dell’esibizione, non sono memorabili, ma la componente audio è la cosa più incredibile che possiate ascoltare a marchio Iron Maiden.

Clive Burr dietro le pelli è dirompente. Tanto rispetto per Nicko McBrain, ma il groove e la velocità di Burr su un pezzo come Phantom of the Opera sono unici al mondo. E Bruce è qualcosa di impressionante. Su Live After Death è evidentemente svociato, provato da quei due anni di tour senza sosta; qui invece è al suo massimo splendore. Le esecuzioni sono tutte brillanti, i pezzi sono suonati alla velocità giusta (non a cannone come su Live After Death) e la resa sonora è sorprendente.

Disco obbligatorio per qualsiasi fan degli Iron Maiden e un’introduzione perfetta ai primi anni del gruppo per chi vorrebbe conoscerli.

Jan Akkerman – North Sea Jazz Legendary Concerts (1993, 2005, 2011) (Jazz Fusion)

Jan Akkerman è il leggendario chitarrista dei Focus, gruppo olandese cardine del movimento progressive degli anni settanta. Il suo nome è tanto oscuro ai più, quanto riverito da chi lo conosce. Dopo aver scritto pagine importanti dell’ultimo vero movimento di avanguardia popolare, ha lasciato i Focus continuando a dedicarsi alla sperimentazione, principalmente in ambito jazz. North Sea Jazz Legendary Concerts è semplicemente un residuo secco di tutta la sua carriera.

Il disco contiene pezzi registrati tra il 1993 e il 2011 che vanno dalla iconica Hocus Pocus fino alle sue più recenti avventure jazz fusion. Ed è spettacolare.

I sette minuti di Puccini’s Café e i tredici di Streetwalker sono quanto di meglio sia stato inciso e suonato in ambito jazz fusion. Che poi jazz fusion spesso vuol dire tutto e niente: la musica di Akkerman parte dal rock progressivo, passa per il funk con una spruzzatina di pop, e si basa saldamente su un jazz energico. Gli ospiti presenti alla tromba e al sax conferiscono quello stampo squisitamente jazz dal quale cerca sempre di fuggire rimettendo tutto sui binari rock, per poi finire inevitabilmente in una jam session tra il funk e il jazz.

Si tratta semplicemente di un disco con un groove pazzesco, suonato alla grande e con dei pezzi solidissimi che non si perdono mai nonostante la lunghezza e le improvvisazioni. Che Jan Akkerman non sia venerato quanto David Gilmour è un peccato mortale che le nostre generazioni dovranno in un qualche modo espiare.

Jeff Buckley – Live at Sin-è (Legacy Edition) (1993) (Cantautorato blues/rock)

Il mito di Jeff Buckley è qualcosa che si può spiegare solamente grazie all’altissima qualità del suo unico disco. Per quanto figlio d’arte, ha facilmente superato il padre in popolarità; la sua morte per quanto tragica non porta con sé un mistero o un tormento equivalente a quello di altri illustri scomparsi giovanissimi. Per lui parla la musica, e basta.

Live at Sin-è rappresenta l’essenza stessa della sua musica. Nella versione originale è stato la sua prima uscita discografica ufficiale: un EP di 4 canzoni registrato in solitaria al bar dell’East Village di Manhattan con la sua Fender Telecaster e poche decine di persone. Nel 2003 è uscita la Legacy Edition che consiste in 21 canzoni e 13 monologhi tutti registratati al Sin-è tra Luglio e Agosto del ’93.

Si tratta principalmente di cover di Van Morrison, Bob Dylan, Leonard Cohen e Led Zeppelin, oltre che molti dei pezzi che andranno a comporre Grace. I monologhi lo vedono scherzare tra un numero e l’altro, accennare brevemente altre canzoni e presentare quelle che sta per suonare. E sembra di essere lì con lui.

Questo disco è il sogno bagnato di ogni audiofilo. Non tanto per la qualità della registrazione, quanto per la chiara e lampante sensazione di sentirsi seduti a sorseggiare un thè al Sin-è mentre Jeff Buckley canta Halleluja. Poi si può parlare della sua incredibile estensione, della tecnica, dell’emotività, delle sue canzoni, ma sono tutte cose che conosciamo. La differenza la fa questa incredibile e irripetibile sensazione di presenza impossibile da provare altrove.

Blackfield – Live in New York City (2007) (Art Pop/Rock)

Tra tutti i progetti di Steven Wilson Blackfield è sicuramente il più semplice e meno osannato. No-Man nel mondo dell’house e del synth-pop è tenuto in altissima considerazione, i Porcupine Tree sono spesso etichettati come i salvatori del progressive, Bass Communion è molto quotato a livello di elettronica minimalista e i suoi lavori solisti sono delle ben note sperimentazioni continue. Blackfield passa un po’ in sordina probabilmente per il suo essere “semplice e banale” pop/rock depresso.

Infatti la discografia del progetto con Aviv Geffen non è di certo immacolata, ma i primi due album sono quanto di meglio sia stato inciso negli ultimi vent’anni di pop/rock. Se solo avessero un po’ di umiltà, Bono e The Edge dovrebbero studiarsi Blackfield e Blackfield II a memoria; chissà che non ricomincino a scrivere qualcosa di ascoltabile.

Live in New York City è infatti un compendio dei primi due album e rappresenta una delle migliori testimonianze di Steven Wilson dal vivo. I pezzi non sono tecnici, non sono veloci, non contengono passaggi vocali difficili e non hanno nemmeno fatto la storia di niente; ma sono tutti incantevoli e la loro esecuzione è da dieci e lode.

Tutta l’esibizione trasuda passione, anima, divertimento e coinvolgimento. La cover di Thank You di Alanis Morissette, arrangiata divinamente, è cantata col cuore in mano. Gli assoli sono tutti estremamente emotivi nella loro semplicità e riescono ogni volta a mettere il punto esclamativo su tutti questi pezzi strazianti. Anche gli altri membri del gruppo trasmettono una carica e una voglia di spaccare fuori dal normale. Il locale in cui suonano è piccolo (si vede dal DVD) e il pubblico caldissimo: un momento magico.

Se questa stessa musica fosse stata scritta all’inizio degli anni ottanta, i Blackfield si sarebbero trovati proiettai nella stratosfera. Nel 2020 rimane comunque meravigliosa ed è un grande peccato che non sia più conosciuta.

Daft Punk – Alive 2007 (2007) (Elettronica)

Lenny Belardo: Qual è i gruppo di musica elettronica più importante degli ultimi vent’anni?
Sofia Dubois: Non so assolutamente nulla di musica elettronica.
Lenny Belardo: E poi c’è chi dice che Harvard è una buona scuola. Comunque i Daft Punk.

Questa è una conversazione tra Papa Pio XIII e l’addetta stampa del Vaticano nella serie The Young Pope di Paolo Sorrentino. E come dargli torto? Come si può far capire il valore della musica elettronica a chi non ne sa nulla? Come si può far capire che può esistere un disco dal vivo di musica elettronica?

Chi non è mai stato a un DJ set dal vivo non può capire. È tutto registrato, fanno finta di suonare, tanto lo san fare tutti, cosa c’è di live? Queste sono le solite obiezioni alle quali è impossibile rispondere. Poi immagino che in svariati casi abbiano anche ragione, ma per quanto riguarda artisti come i Daft Punk si tratta solo di un discorso miope volto a difendere una superiorità artistica che non esiste; e Alive 2007 ne è la prova.

Si tratta di un concerto dal vivo a Parigi dove il duo ha mixato una buonissima parte dei loro brani passati, focalizzandosi principalmente sul disco di recente uscita Human After All. L’energia è palpabile, il pubblico è vivo. Se si conoscono i pezzi le improvvisazioni sono evidenti, gli inserimenti a richiami di altri brani sono sempre interessanti e la magia non è diversa da quella di un concerto elettrico.

Non sarà di certo questo il disco che vi farà piacere la musica elettronica se proprio non la digerite, ma se avete una piccola apertura ve lo consiglio fortemente. È decisamente più rock rispetto a un lavoro in studio e potrebbe essere un’ottima introduzione.

Nektar – Sunday Night At London Roundhouse (Rerelease) (1973) (Progressive Rock)

Parlando di rock progressivo anni settanta i Nektar sono sempre uno degli ultimi gruppi a venire in mente. Sarà forse colpa dell’anomalia di essere inglesi trapiantati ad Amburgo, che li vede suonare progressive nella terra del kraut-rock con tutte le contraddizioni del caso. La realtà dei fatti è che sono un gruppo dimenticato, ma che ha avuto una grandissima influenza su tutto quello che è stato generato nelle decadi successive, metal in particolare.

Aggiungiamo che nel mondo del progressive non brillano tantissimi dischi dal vivo, e ci rendiamo conto che Sunday Night at London Roundhouse è una vera perla nascosta che abbiamo il dovere morale di riscoprire. La versione da recuperare è quella uscita nel 2002, che ripropone l’intera serata del 25 Novembre 1973, mentre quella originale include solamente due canzoni tratte dal quel concerto, oltre a una jam session live in studio dell’anno successivo.

I Nektar dal vivo si scrollano di dosso buona parte degli orpelli barocchi che troviamo su alcuni loro dischi riprendendo in mano quella vitalità rock’n’roll che spesso manca ai compagni di genere. Crying in The Dark, King of Twilight e Desolation Valley/Waves sono tratte dal meraviglioso A Tab in the Ocean, l’apogeo del gruppo, e dal vivo sono più dure e sognanti allo stesso tempo. Se chiudiamo gli occhi su Desolation Valley/Waves possiamo realmente immaginarci sdraiati su una zattera in mezzo al mare, cullati dalle onde.

Il disco prosegue tra pezzi lunghissimi e articolati, improvvisazioni, melodia, velocità e psichedelia senza mai abbassare il tiro. Il compianto Roye Albrighton è mattatore incontrastato con la sua chitarra e sfoggia anche una vocalità assolutamente superiore alla media del genere. Quasi due ore di anni settanta puri e (non tanto) semplici che riescono a trasmettere perfettamente l’essenza di un concerto progressive. E non è poco.

Uriah Heep – Uriah Heep Live (1973) (Classic Rock)

Uriah Heep Live è un disco letteralmente venerato da tutti i fan del gruppo e al momento della sua uscita lo era anche da tutti gli altri. Poi con il passare del tempo è finito nel dimenticatoio assieme agli Uriah Heep stessi.

Peccato che negli anni settanta il gruppo di Ken Hensley e David Byron facesse parte dei cosiddetti “big four” assieme a Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath, ma che gli altri tre abbiano acquisito uno status semi-divino, mentre gli Heep siano stati relegati a un inspiegabile ruolo da comprimari.

Uriah Heep Live rappresenta alla perfezione il gruppo inglese. C’è l’elemento rock’n’roll, quello progressivo e quello proto metal; tutti racchiusi in quasi ottanta minuti di fuoco. Anche le loro composizioni più apparentemente complesse avevano quell’immediatezza in grado di renderle dei classici istantanei. Come July Morning, una canzone che dovrebbe essere ricordata quanto una Stairway to Heaven o una Child In Time.

Le rocker Sweet Lorraine, Easy Livin’ e Look at Yourself ai giorni nostri scatenerebbero quasi un pogo selvaggio, mentre Gypsy e la già citata July Morning scatenano un caleidoscopico viaggio psichedelico. Il Rock’n’Roll Medley di chiusura sembra quasi fuori posto, ma riesce a catturare quell’indole semplicemente rock della quale non si sono mai vergognati. Sicuramente Freddie Mercury e Brian May al tempo presero nota.

Con la scomparsa di Ken Hensley rimane solo Mick Box di questa leggendaria lineup che dovrebbe essere nell’olimpo del rock; cerchiamo di tenerla in vita almeno noi.

Radiohead – I Might Be Wrong: Live Recordings (2001) (Rock Alternativo Elettronico)

I Might Be Wrong è la testimonianza di un gruppo che poteva essere enorme, ma che ha scelto consciamente di non esserlo. Dopo OK Computer gli sarebbe bastato ripeterlo all’infinito e oggi staremmo parlando di una band con una popolarità mai vista prima. E invece no, passano tre anni e arrivano in sequenza Kid A e Amnesiac. Con loro i favori della critica, ma una base fan che si frammenta inevitabilmente causa totale spaesamento sonoro.

E non smetterò mai di rispettarli abbastanza per questa scelta.

I Might Be Wrong è il loro unico album dal vivo e riesce a catturare questo cambiamento in modo impeccabile. La qui presente versione di Idioteque può essere il simbolo stesso della svolta: se su disco appare come un pezzo elettronico psichedelico figlio di Aphex Twin, dal vivo sembra un frenetico inno drum’n’bass, ipnotico, e con un Thom Yorke che fatica ad arrivarne alla fine, esausto. Dopo meno di un anno una delle canzoni più controverse della svolta è già stato stravolta ulteriormente, per andare ancora più avanti continuando ad alimentare il perpetuo mutamento.

E poi tornano indietro. Like Spinning Plates da pezzo elettronico diventa una ballata di pianoforte, e invece il capolavoro Everything in Its Right Place rimane quasi intatta, in tutto il suo splendore. Sono tutti in grandissima forma, non ci sono canzoni degli anni precedenti, come a ribadire il concetto, a dimostrazione del non volersi mai adagiare su una popolarità effimera figlia di compromessi.

Il mondo ha bisogno di artisti così.

Judas Priest – ’98 Live Meltdown (1998) (Heavy Metal)

Anche per i Judas Priest ho voluto essere originale. Ma non per il gusto di esserlo, semplicemente ritengo senza vergogna alcuna che ’98 Live Meltdown sia il miglior documento live del gruppo inglese.

Tim Ripper Owens si è trovato a dover rimpiazzare un mostro sacro come Rob Halford contemporaneamente a una svolta sonora del gruppo. Jugulator andò infatti a raccogliere la lezione impartita dai Pantera aggiornando alla seconda decade degli anni novanta il sound che fu di Painkiller, scatenando le ire dei sostenitori di vecchia data. Poco importava che Ripper fosse un cantante strepitoso e che con il senno di poi Jugulator si dimostrò l’ultimo disco onesto del gruppo; ormai la lettera scarlatta era stata scolpita sul petto del cantante americano che venne defenestrato dopo un altro album purtroppo ben meno valido.

Il fatto che i Priest credessero molto in questo nuovo corso è evidente dalla realizzazione di due dischi dal vivo e un DVD, il primo dei quali è ’98 Live Meltdown. Ripper è semplicemente devastante su tutti i classici del gruppo, buona parte dei pezzi di Jugulator tengono bene il confronto (anche se hanno inspiegabilmente escluso la titletrack e Cathedral Spires) e l’aggiornamento dei suoni anche sui pezzi vecchi li ha resi immediatamente freschi e diretti.

Io non riesco più ad ascoltare nessun pezzo di British Steel se non da questo disco. Sono stati rivitalizzati, completamente. E vogliamo parlare di Diamonds & Rust? Il classico folk di Joan Baez torna a essere una ballata acustica con Ripper in grado di riversare nei suoi potentissimi versi un distillato di emozioni sempre difficile da processare.

The Sentinel, Touch of Evil, Night Crawler, The Ripper, Beyond the Realms of Death e tutti gli altri hanno acquisito una nuova vitalità che si è nuovamente spenta con il ritorno di Halford nel gruppo. Halford poi è un frontman decisamente migliore di Ripper, ma quando mettiamo su un disco poco importa come sta sul palco. Ripper è, ancora una volta, semplicemente devastante.

Luca Di Maio

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