Il cinema di Sorrentino è foltamente popolato di mostri, spesso di felliniana memoria. A questo proposito ho trovato estremamente illuminante il saggio “Vero, Falso, Reale. Lo sguardo sovvertito di Paolo Sorrentino” del Professor Augusto Sainati, il quale citando a sua volta Jean-Luc Nancy (qui in corsivo) dice:

“L’immagine […] ha un carattere ostensivo: l’immagine mostra e si mostra. Ma in questo gesto di ostensione l’immagine fa uscire la cosa dalla sua semplice presenza per metterla in presenza, rivolta verso il fuori. Dunque, ogni immagine è una mostranza e in quanto tale è nell’ordine del mostro, nel senso che c’è una mostruosità dell’immagine: essa è fuori del comune della presenza, perché ne è l’ostensione, la manifestazione, non l’apparenza, ma l’esibizione. […] La forza deforma. La mostrazione sgorga in mostruazione. Nella dimensione mostruosa dell’immagine, conclude Nancy, c’è un che di violento, nel senso che l’immagine eccede la forma, la rompe, irrompe. Da questo punto di vista essa ha a che fare con la verità, la quale non può sorgere senza lacerare un ordine stabilito. La verità è un’insorgenza violenta.

A una prima lettura questo passaggio mi lasciò un po’ così, ma mi colpì abbastanza da volerlo rileggere. Come per Loro o The New Pope mi sembrava che la forma stesse cercando di sopperire a una mancanza di sostanza; poi l’ho riletto una volta, un’altra volta, mi ci sono soffermato, e ho iniziato a vederci qualcosa. Al di là della direzione che prende Sainati all’interno del suo saggio, queste evocazioni di Nancy sono state abbastanza illuminanti riguardo il cinema di Sorrentino, tanto illuminanti che voglio dire la mia. Magari le traviserò, ma quello che mi lasciano riporta appunto ai mostri, alla mostranza e all’insorgenza violenta.

I mostri

I mostri sorrentiniani sono di tutti i generi e di tutte le forme. Mostri grotteschi come Geremia De Geremei ne L’Amico di Famiglia, mostri d’attualità come Berlusconi e Andreotti, mostri collettivi come la vita negli attici romani de La Grande Bellezza, mostri che sembrano bambini come Cheyenne in This Must be the Place, mostri da togliere il fiato come le ragazze del bunga-bunga in Loro, e mostri terrificanti come la Chiesa Cattolica in The Young/New Pope.

Geremia de Geremei è il mostro più ovvio. Brutto fuori quanto dentro, non ha qualità redentive, e sa di mostrarsi per quello che è. Il Divo e il Cavaliere invece si mostrano diversamente. Sono esteticamente solo poco meno grotteschi di Geremia, ma vivono un conflitto interiore che riesce spesso a oscurare il loro essere mostri. Un po’ come le ragazze di Loro e la vita negli attici romani. La Chiesa Cattolica vive di questo conflitto dalla notte dei tempi e Sorrentino lo cattura alla perfezione grazie alle sue immagini. Jude Law in versione papa da guerra, il canguro, l’accoglienza in africa. Sono tutte mostranze che vanno in diretto contrasto con la missione della Chiesa e con quello che essa stessa ci vorrebbe mostrare. Chayenne al contrario è un mostro solo all’apparenza, il suo mondo interiore è quello di un bambino: ancora una volta ci viene mostrato qualcosa di altro.

La mostranza

Esistono alcune immagini che potrebbero anche voler sfuggire all’essere viste, quelle timide, poco incisive, che non ostentano troppo, ma quelle mostruose anelano l’occhio umano per loro stessa natura. Sono ostensive, si crogiolano nel loro mostrarsi, e Sorrentino è un vero e proprio maestro nel consentirgli di farlo al meglio.

Titta Di Girolamo appeso alla gru, impassibile, mentre viene calato nel cemento è una mostruazione in piena regola. Si tratta di un’immagine alla quale è impossibile sfuggire, che viene a cercarci, che si mostra per ogni singolo istante. E Titta è un altro di quei mostri soverchiato dai conflitti: talvolta mostro fuori senza esserlo dentro, altre volte l’esatto contrario. Allo stesso modo la natura duale di Berlusconi è sicuramente l’elemento meglio mostrato in Loro. Si ritiene un mostro con le ragazze o crede di non esserlo? E con la moglie? È consapevole della sofferenza che sta causando?

Al di là dei dialoghi, sono le immagini stesse a restituirci questi contrasti e questi conflitti. Immagini spesso aiutate dalla musica grazie alla grande abilità di Sorrentino nel giocare con questo ulteriore contrasto uditivo/visivo. Siamo continuamente di fronte a delle scatole cinesi in perpetua opposizione tra di loro: immagine esteriore / immagine interiore, immagine / musica, mostro percepito / mostro reale e via dicendo. Il canguro morto in The Young Pope è un’immagine che spiega più di mille parole, così come la pecora all’inizio di Loro; sono mostranze mostruose che restituiscono un significato sia in quanto tali, che nel contesto del film stesso.

L’insorgenza violenta

Si può parlare di “insorgenza violenta” relativamente “all’immagine [che] eccede la forma, la rompe, irrompe” e Sorrentino ha tanto da insegnare anche in questo. In alcuni casi il regista napoletano eccede a sua volta sconfinando in un onanismo formale complicato da accettare, ma quando ciò non accade percepiamo tutta la violenza visiva delle sue immagini con una forza smisurata.

Le orge scorsesiane nella villa affittata da Scamarcio in Loro, il monologo di Andreotti ne Il Divo e il suicidio di Antonio Pisapia ne L’uomo in più sono scene diversissime che condividono un’ostensività violenta fuori dal comune. Le prime sono l’eccesso della lussuria effimera, la seconda è violentissima verità scomoda, la terza è un sommesso non visto più efficacie di mille immagini. Sono tutte verità laceranti difficili da vedere nello stesso contesto, ma che grazie a Sorrentino e al suo linguaggio riusciamo ad accomunare, e per un secondo collegare nella loro mostruosità.

Cosa voglio dire?

Nella prefazione de Il Peso di Dio, il libro che raccoglie le sceneggiature di tutti gli episodi di The Young Pope, Sorrentino dice: “Il famoso messaggio, cercano alcuni. Il messaggio che faceva venire l’orticaria a Billy Wilder e che gli faceva dire: se cercate il messaggio andate all’ufficio postale. Niente mi toglie dalla testa che la smodata ricerca del messaggio contenuto in un film o in un libro o in una serie tv sia proprio un retaggio di un’educazione derivante dalla religione. L’idea, sotto sotto, della parabola con una morale finale. Ma io ho sempre ritenuto che non debba esserci parabola, non debba esserci messaggio, ma ci deve essere solo un’organizzazione replicata e creativa della vita così come si presenta.”

Per quanto si possa affermare con certezza che molti film di Sorrentino contengano dei messaggi espliciti, capisco il suo non voler imprigionare l’arte affibbiandogli la necessità di avere un messaggio da dare. L’arte per l’arte è sempre esistita e non necessita di una morale intrinseca per dimostrare il suo valore. Con le mie parole ho cercato appunto di restituire l’arte di Sorrentino attraverso la visualizzazione di alcune delle sue immagini mostruose senza nessun intento di trovargli un significato esterno. L’idea è stata proprio quella di vederle per quello che sono cercando di visualizzare la reazione che possono causare nel loro continuo mostrarsi ostensivamente. E non è diverso dal guardare un meraviglioso dipinto in movimento.

Luca Di Maio