Un fiore che sboccia, o meglio ancora, che si spiega. Lo fa sempre un po’ fuori fuoco, ma con l’idea che il suo essere fuori fuoco sia il vero punto di tutto il discorso; come a sottolineare l’incomprensibilità, l’ineffabilità di tutto quello che sta succedendo tra il fiume e il mare. Ma con un’unica certezza: nessuno, da nessuna parte, sarà libero fino a quando non saremo tutti liberi. Ho provato a riassumere così, in tre righe, l’aspetto concettuale dell’ultimo disco della violinista canadese Jessica Moss. Un disco che si posiziona nella musica post-classica minimalista, ma lo fa nel suo versante più rumoroso, con grossi debiti verso il drone, il noise-rock e una spiritualità drone-metal vicina a quanto realizzano i suoi connazionali Big|Brave, con cui peraltro collabora spesso.

Il violino, distorto, sofferente, piangente, guida tutte le composizioni, e lo si trova a interagire con elettroniche angoscianti, voci spettrali, percussioni ipnotiche, loop psichedelici. Non cercate la catarsi dei Godspeed You! Black Emperor perché non la troverete; la musica rimane sempre fuori fuoco come la copertina, sempre in movimento, anche nei silenzi, anche nell’assenza apparente di movimento. La catarsi si trova solo nella speranza, nelle uniche vere parole incise sul disco, quelle che compongono i titoli del lato B e che vengono ripetute come un mantra nell’ultimo pezzo, e che ripeto anch’io: nessuno, da nessuna parte, sarà libero, fino a quando non saremo tutti liberi.

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