I Katatonia sono una bestia strana. Non stranissima per come è andata la prima parte della loro carriera, ma abbastanza peculiare nella seconda, soprattutto in termini di percezione esterna. Sì, perché se moltissimi gruppi sono partiti da un death/doom metal, per poi ammorbidirsi passando dal gothic o da sonorità più rock, poi quasi tutti sono tornati indietro, alla disperata ricerca di un’audience perdura. Loro no, come forse solo gli Anathema sono riusciti a fare con ancora più coraggio, sono andati dritti per la strada più difficile.

La strada

Difficile soprattutto per la percezione che ne ha il mondo metal. Il leggendario “cambio di direzione” dei Katatonia viene legato ad almeno tre album. “Con Discouraged Ones si sono venduti”, “Viva Emptiness è il disco più commerciale”, “eh ecco Night is the New Day è proprio un nuovo corso”. In realtà l’unico vero salto è tra Brave Murder Day e appunto Discouraged One; con l’abbandono del growl e di buona parte delle influenze death metal, tutto il resto è lenta e naturale evoluzione.

Questo però è avvenuto ventidue anni fa e da quel giorno i Katatonia sono riusciti a espandere la base fan tra doomsters innamorati, i pochi goticoni rimasti e anche dei prog rocker moderni. Sì, perché pian piano l’elemento progressivo, i tempi dispari e i riff sincopati sono entrati nel suono del gruppo andando perfettamente a braccetto con la depressione cosmica figlia del gothic/doom e con l’ignoranza riffica del metal. Al contrario molti dei loro contemporanei si sono visti costretti a tornare indietro. I Paradise Lost, gli Amorphis, i My Dying Bride. Ci hanno regalato un grandissimo numero di esperimenti interessanti durante gli anni novanta, per poi regredire con il nuovo millennio ricercando i fasti del passato. Così facendo sono riusciti a recuperare un gruppo di fan poco esigenti, utili per pagare le bollette, ma assolutamente dannosi per quanto riguarda la loro creatività.

I risultati degli Svedesi sono invece sempre stati di buon livello e vedono una lenta e naturale evoluzione che prende talvolta in prestito dal passato, senza mai dimenticare dove stanno andando. Alcuni dischi spiccano particolarmente; su tutti Viva Emptiness, The Great Cold Distance e The Fall of Hearts. Immagino che sia un giudizio totalmente personale in quanto non c’è nulla di particolarmente sbagliato in Night is The New Day, semplicemente gli altri tre li trovo più organici e con più canzoni valide.

Ma finalmente arriviamo a oggi, a City Burials e alla loro strana e innovativa esibizione Live from Studio Grondahl.

City Burials

I gruppi che si sono trovati con un disco pronto in piena pandemia non devono esserne stati particolarmente felici. Non tanto per l’impatto sulle vendite, piuttosto trascurabile nei generi di nicchia, quanto per l’impossibilità di andare in tour. Come sapete da poco meno di dieci anni sono i tour che mettono il cibo sul tavolo, quindi se ti ritrovi ad aver investito in un nuovo album senza poter andare in giro a suonare hai un bel problema.

City Burials è bello. È quello che ti aspetti dai Katatonia. I pezzi ci sono: la metallosa Behind The Blood, l’elettronica Lacquer, le depresse Vanishers e Flicker. La prestazione vocale di Jonas è senza dubbio la migliore della sua carriera e la batteria è spettacolare. Cosa manca?

Forse un po’ di coraggio. Il primo singolo Lacquer aveva alzato le mie aspettative in modo particolare in quanto inserisce un elemento elettronico nuovo che avrei sperato sarebbe stato esplorato maggiormente sul resto del disco. Facendo le debite proporzioni a livello di sound mi ha ricordato la svolta ultima dei Leprous, e vedere i Katatonia andare in quella direzione sarebbe stato veramente interessante. Il resto dell’album passa bene, è ben suonato come sempre, ripeto che vocalmente è impressionante, ma manca appunto di coraggio. In ogni caso ce ne fossero di dischi così. Potrebbe anche fare come il vino buono e migliorare nel tempo, vedremo.

Giusto due settimane dopo l’uscita di City Burials comincia il tour. Ma non esattamente come vi aspettate.

Live from Studio Grondahl

Quando quasi tutti i musicisti del mondo si piazzano su YouTube, su Instagram o su Facebook a strimpellare in qualità indecente davanti a tutti, i Katatonia decidono di fare le cose per bene. Anche grazie a una Svezia senza quarantena prenotano lo Studio Grondhal a Stoccolma, un cazzutissimo produttore come David Castillo, e decidono di fare un vero concerto live in streaming. Costo 10 Euro.

Le polemiche sul costo non le capisco. Non stiamo parlando di miliardari. Questi qua ci tirano fuori uno stipendio normale quando va bene, e in questo momento sono in seria difficoltà. Piuttosto che inventarsi dei crowdfunding a fondo perduto come hanno provato a fare altri per poi ritrattare tra mille polemiche, trovo onesto investire dei soldi, sbattersi, provare qualcosa di nuovo, e vedere se piace. Io 10 Euro glieli ho dati volentierissimo nonostante il risultato non fosse proprio da dieci e lode.

Nulla da dire sulla prestazione. Riguardo la voce di Jonas non posso fare altro che confermare quanto scritto relativamente a City Burials. Impressionante. Con gli anni ha acquisito una padronanza del suo mezzo che non si vede spesso nel mondo del metal, è infatti più figlia delle influenze progressive. Me lo ricordo nel 2002: grassoccio, camicia bianca, cravatta, capello corto, e con una voce buona, ma migliorabile. Nel look è sicuramente tornato indietro, ma sul resto è decisamente avanti.

Anche la scaletta veramente spettacolare. Votata dai fan per un tour di qualche tempo fa, hanno suonato praticamente tutti i miei pezzi preferiti degli ultimi vent’anni di carriera, e in anteprima mondiale tre canzoni da City Burials. I suoni molto buoni tutti, a parte la batteria, lasciata decisamente troppo dietro nel mix. Un vero peccato in quanto è sicuramente uno dei punti di forza degli ultimi dischi. Quindi, cosa non è andato?

L’ambientazione poteva essere migliore. Trattandosi di uno studio angusto i ragazzi erano posizionati come in una sala prove e di fatto non sembrava di vedere un concerto. Il lavoro con le telecamere è stato molto buono in quanto si sono focalizzati sui primi piani e sugli strumenti, ma era totalmente impossibile vedere la band come unità. Inoltre il poco spazio impedisce il movimento e probabilmente non ha favorito l’interazione con il “pubblico”, non che sia il loro cavallo di battaglia in ogni caso.

Se l’impossibilità di tenere concerti dovesse continuare per tanti mesi ancora, sono assolutamente a favore di eventi di questo genere. Possibilmente in spazi che consentano di farlo sembrare un concerto anche esteticamente, e magari con qualche opzione maggiore di interazione per i fan da casa, un po’ come i live di Facebook. Sicuramente non sostituisce nemmeno lontanamente un vero live, ma è senza dubbio meglio di un maledettissimo drive-in.

Vi lascio con la playlist che riporta la setlist del concerto. Pezzi clamorosi come Deliberation, Omerta, Ghost of the Sun, Tonight’s Music, Lacquer, Evidence, July, Unfurl, My Twin e tanti altri valgono il prezzo del biglietto, o quantomeno l’ascolto della nostra playlist. Ah, se volete vedere il concerto, cliccate qui, è ancora disponibile per una ventina di giorni.

Luca Di Maio