Sto scrivendo di getto. Ho scoperto pochi minuti fa della morte di Ken Hensley, il leggendario tastierista e principale autore degli Uriah Heep, e non sto bene. Non sono abituato a turbarmi per la morte di personaggi famosi, l’ultima volta che mi successe qualcosa di simile fu per Chester Bennington dei Linkin Park, e per certi versi fu ancora più imprevedibile, ma meno forte.

Ho scoperto il mio amore per gli Heep piuttosto tardi nella vita. Una decina di anni fa il padre di una mia ex decise di mettere su una vecchia copia di Salisbury nell’indifferenza generale; ricordo come se fosse ieri il mio stupore nel sentire le urla di Bird of Prey. Non mi aspettavo questo genere di metallosità da un disco del 1971 che non fosse dei Black Sabbath, ma allo stesso tempo ci sentivo una vena melodica estremamente attraente. Poi a casa, Spotify, Wikipedia e grande amore. Poco dopo comprai una loro biografia e mi persi per un paio di anni nei loro dischi. Quelli della formazione classica Byron, Hensley, Box, Thain e Kerlslake sono leggenda. Ma anche i precedenti e quelli immediatamente successivi, fino al secondo con John Lawton alla voce.

Tuttavia non ho potuto fare a meno di notare che tutto girasse intorno a Ken Hensley. Certo, David Byron è stato un frontman leggendario, avanti coi tempi, ma allo stesso tempo con quella sensibilità rock’n’roll che nessun’altra figura di spicco del mondo Classic Rock aveva mai avuto. Mick Box è colui che ha portato avanti il nome, ma non ho mai trovato che spiccasse in modo particolare, mentre la sezione ritmica classica era assolutamente devastante. Purtroppo adesso rimane in vita solamente Box; Thain e Byron ci hanno lasciato tantissimi anni fa e Kerslake solo il mese scorso.

Però Hensley ha scritto un buon 80% dei pezzi da Salsbury a Fallen Angel. UNDICI dischi in SETTE anni. Nel mezzo anche due album solisti. Suonava tutto l’armamentario tastieristico tipico del rock progressivo, faceva assoli di slide guitar, seconde voce e anche voce solista in quello che, tra gli altri, è il pezzo più popolare del gruppo Lady in Black.

Rispetto ai suoi contemporanei dell’ala prog il dono di Hensley era quello di riuscire a scrivere pezzi estremamente semplici, ma incredibilmente efficaci. July Morning, la loro Stairway to Heaven/Child in Time, è quanto di più banale si possa pensare sia da un punto di vista tecnico che strutturale, ma riesce puntualmente a ridurti in lacrime. Anche quando si addentra in territori più intricati come in Paradise/The Spell rimane con i piedi ben saldi a terra riuscendo a non perdere mai il senso della canzone e della melodia.

Sotto il profilo lirico si è espresso nelle modalità più svariate: dall’ermetismo della già citata July Morning, allo storytelling cowboy di Stealin’, quello fantasy, fino al motivazionale di una The Wizard o Free Me.

Qualche anno fa sono riuscito a mettere le mani sulla sua autobiografia Blood on the Highway – When Too Many Dreams Come True. Il libro è praticamente introvabile, ma fortunatamente uno sprovveduto tedesco lo vendeva su Amazon, ancora nuovo sigillato, a una ventina di euro. Una gemma.

Se non fossi già stato innamorato di lui, lo sarei di certo stato dopo la lettura delle sue memorie. Una sorta di diario personale, pieno di punti esclamativi, di pensieri, digressioni. Da un punto di vista letterario è quasi ingiudicabile, ma a livello personale è quanto di più perfetto si possa leggere riguardo un artista che si ama. Parla senza peli sulla lingua dei suoi ex compagni, di altri artisti contemporanei, della depressione, della sua dipendenza dalla cocaina, dell’aver trovato Dio. Si mette completamente a nudo e lo fa con quel tono tranquillo, ma focoso, tipico di molti suoi testi. Vorrei avere il tempo di riprenderlo in mano oggi stesso.

Dopo aver lasciato gli Uriah Heep a cavallo degli anni ottanta, è sostanzialmente scomparso dalle grandi scene. Ha prodotto una serie di discreti album solisti e solo in pochissime occasioni speciali è salito sul palco con gli Uriah Heep. Trouble con i Live Fire (che vedono il nostro Roberto Tiranti a voce e basso, ben più noto per Labyrinth e New Trolls) è uscito nel 2013 ed è il suo ultimo disco di inediti; un lavoro assolutamente valido così come Live in Russia dello scorso anno. Potete anche vederlo su YouTube, credo sia l’ultimo documento musicale che lo vede protagonista. 

Della sua produzione recente sono affezionatissimo al live acustico Live Tales del 2014. Ken da solo che alterna chitarra e piano su pezzi del periodo d’oro degli Uriah Heep e della sua carriera solista. Un disco intimo, cantato e suonato col cuore, con svariati momenti in cui racconta aneddoti riguardo le varie canzoni; nella playlist allegata ho incluso tutto l’album in apertura. Lo sto ascoltando non-stop da quando ho letto la notizia.

Dispiace tantissimo che se ne sia andato da uomo quasi dimenticato. Gli Uriah Heep stessi dovrebbero essere venerati quanto Zepplin, Purple e Sabbath; invece sono stati ridotti al ruolo di comprimari in una scena che hanno contribuito a creare e che per un paio di anni avrebbero anche potuto guidare. Ken Hensley a sua volta dovrebbe essere ricordato come uno dei più grandi autori di quell’epoca e invece quasi nessuno sotto i cinquant’anni conosce nemmeno il suo nome. È molto triste.

Per quanto io non condivida in alcun modo la sua fede, gli auguro con tutto il cuore di essere dove si aspetta di essere assieme alla sua signora in nero.

Luca Di Maio

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