Un cielo stellato, lo spazio siderale, tutto è illuminato. Mettiamo un po’ a fuoco e scorgiamo due sagome, due anime. La prima si staglia tra una nebulosa e il pianeta terra, la seconda si forma irradiandosi da un cratere lunare. Poi inizia la danza.

Le due sagome si rincorrono; a tratti furiosamente, a tratti timidamente, talvolta abbracciandosi, talvolta in preda a spasmi violenti. L’inizio è violento, la terrestre infuriata con la lunare; più che danzare si ritrova a urlare, mentre l’altra le tiene testa caparbiamente (Riptide). Così caparbiamente che la rabbia sfocia nel primo momento di danza. In un buio seminterrato di Berlino sono alle prese con il derivato techno del momento. È un ballare senza toccarsi, un ballare di sguardi fugaci ancora in collera, un ballare così estenuante da proiettare le anime nuovamente in orbita (Imperfect Things).

Questa volta non vediamo un cielo stellato, tutto è nero. Le due sagome volteggiano lentamente, quasi dolcemente per la prima volta. Le loro mani si sfiorano e le stelle si accendono, poco alla volta. I loro contorni iniziano a illuminarsi, ma tutto è precario, come una sorta di stasi. Come se stessero aspettando qualcosa, forse un cenno da parte dell’uno o dell’altro (Heaven in a Wild Flower).

Improvvisamente i lenti volteggi diventano qualcosa di più, le mani finalmente si toccano e comincia un inebriante girotondo (To See a World). Il girotondo si arresta tanto bruscamente quanto dolcemente in un curioso paradosso. Le sagome si ritirano, timide, innocenti, quasi inconsapevoli. E la danza di avvicinamento riprende. Improvvisamente si fa più sicura, meno stentata. L’inseguimento riparte alternato, si passa da un cielo nero a uno stellato, a un bosco e infine a una spettrale città deserta (Innocence).

Nelle strade di una Parigi degli anni venti entrambe le anime si liberano dai loro fardelli millenari lasciandosi trascinare in un vortice di passione. Si studiano, si guardano, si muovono all’unisono come mai si erano mosse prima. Un gioco infinito e fugace che culmina in un lunghissimo amplesso (The Auguries / Hold Infinity in the Palm of Your Hand).

Poi, così come si erano avvicinate, si allontanano. Il cielo è però più luminoso, la luna splende, la terra brilla, le stelle vibrano, le anime sorridono (And Eternity in an Hour).

Signore e signori, i MONO in Pilgrimage of the Soul.

Il gruppo giapponese ha da poco superato i vent’anni di attività e si trova già all’undicesimo lavoro in studio; è tra i fondatori di questo Post Rock 2.0, fatto di chitarre distorte, riverbero e tanta emozione, e continua senza sosta a produrre materiale di altissima qualità, e di un’incredibile intensità.

Se il bellissimo Nowhere, Now Here del 2019 era un lavoro dalla grande raffinatezza e classe, Pilgrimage of the Soul è più violento, ruvido e intenso; inevitabilmente figlio del periodo che stiamo vivendo. Come ho provato a trasmettere nella narrazione iniziale, lo percepisco come una danza di anime erranti alla continua ricerca di un vero contatto umano. Lo dimostrano principalmente i contrasti. Si parte da uno dei momenti più metal e violenti della loro discografia con Riptide, passando da un pezzo sorprendentemente danzereccio come Imperfect Things, fino a quello più minimalista e post-classico con Heaven in a Wild Flower.

L’intensità si abbassa solo apparentemente sui pezzi più meditati, che in realtà riescono sempre a essere un impercettibile crescendo verso qualcosa che sembra non arrivare mai, e che talvolta non arriva prima di altre due o tre canzoni. Ma poi quando si approccia il climax, risulta assolutamente devastante, come la seconda metà di Hold Infinity in the Palm of Your Hand.

Per quanto gli archi la facciano sempre da padrone nel loro intersecarsi con le chitarre, trovo che si tratti del loro disco meno orchestrale da parecchi anni a questa parte. Nel senso che le orchestrazioni ci sono, ma sono sempre al servizio dell’emozione e della canzone; accompagnano e massimizzano l’impatto degli strumenti elettrici senza mai andare a soffocarli come era successo talvolta in passato.

Se mai qualcuno mi dovesse chiedere qual è il gruppo rock che più si avvicina alla filosofia della musica classica, risponderei MONO senza esitazione. Per quanto il rock sinfonico degli anni settanta sia spesso considerato il più vicino alla musica classica, e spesso nei sia assolutamente il figlio bastardo, i MONO hanno il pregio di aver restituito il favore grazie alla loro evidente influenza sui compositori post-classici degli ultimi anni. Se dovessi avere l’occasione di intervistare Olafur Arnalds, Federico Albanese o addirittura Ludovico Einaudi, gli chiederò se conoscono questo gruppo rock giapponese a loro così affine, ma che li ha preceduti su tantissimi elementi che li hanno resi così popolari.

Valutare Pilgrimage of the Soul all’interno della discografia del gruppo non è semplicissimo in quanto i lavori dei MONO sono tutti di altissima qualità e non si sono mai discostati troppo dal loro archetipo iniziale. Si è sempre trattato di una lenta evoluzione con qualche piccolo spunto di novità a ogni album (questa volta abbiamo il momento techno opposto a un minimalismo estremizzato), senza mai stravolgere la natura della proposta. E va bene così, ce ne fossero.

Luca Di Maio

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