I Nosound di Giancarlo Erra riemergono dopo un lunghissimo silenzio in studio durato sette anni, e lo fanno con un disco (che poi sarebbe un EP) di rara bellezza. Si coglie subito un ritorno al rock progressivo del passato e l’abbandono di quei paesaggi sonori vicini ai Radiohead di Kid A che avevano dominato il precedente Allow Yourself. Questo abbandono trovo che sia più pratico che concettuale, in quanto è evidente che non ci troviamo soverchiati dall’elettronica alienante del disco del 2018 (comunque splendido, che consiglio a tutti gli orfani del periodo più elettronico dei Radiohead), ma lo spirito di quel passaggio aleggia su tutte le composizioni. È un rock progressivo emotivo, meditato e freddo nel modo più caldo possibile (quel freddo da neve, ma sempre con la possibilità di entrare in casa di fronte al caminetto). È un disco asciutto se lo confrontiamo con le loro ridondanze del passato (comunque sempre giuste anche quelle: A Sense of Loss e Afterthought sono delle perle dimenticate del genere) che fa tesoro del percorso intrapreso da Erra durante l’ultima decade nel cercare dei pezzi più pop, ma sempre con quella sensibilità più alta che lo contraddistingue. Se dovessi incasellarlo in un genere che vuol dire tutto e niente, direi che fanno Art Rock. I pezzi riescono ad aprirti il cuore in due anche senza ascoltare i testi perché l’emozione è focalizzata, la voce di Erra così rotta che mi viene un po’ di angoscia al solo pensiero di alcuni passaggi. E poi i piatti. Chi mi legge da un po’ sa che ho un feticismo particolare per un certo utilizzo dei piatti e qui li senti proprio tintinnare in modo quasi psichedelico. Mi fanno impazzire.

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