Ondara ce l’ha fatta alla vecchia maniera. È nato a Nairobi, Kenya, a vent’anni ha vinto la lotteria per le green card e si è trasferito a Minneapolis. Non è passato da un talent, non ha leccato il culo nessun super produttore, ha solo cantato come mai nessuno aveva fatto prima. È la definizione stessa di sogno americano, la terra della libertà, la casa dei coraggiosi. Puoi fare qualsiasi cosa se ci credi veramente. Se non hai la sfortuna di incontrare un poliziotto che ti piazza un ginocchio sul collo per dieci minuti.

Essendo tutto successo a Minneapolis è impossibile non collegare la magnifica storia di J.S. Ondara a quella tragica di George Floyd, ma non voglio nemmeno oscurare la stella di questo grandissimo nuovo artista parlando di altro. Dopo essersi trasferito a Minneapolis, la città del suo idolo Bob Dylan, Ondara suona in vari locali, studia Terapia Musicale all’università e scrive tantissime canzoni. Viene scoperto grazie a una radio che decide di trasmettere alcune sue cover da YouTube, e così comincia il sogno.

Nel 2019 esce il suo primo disco Tales of America: undici pezzi scelti tra oltre cento scritti negli anni precedenti. È una produzione incantevole. Quando Ondara inizia a cantare dopo meno di dieci secondi dall’inizio di American Dream rimango sempre senza parole. Non credo di aver mai sentito una voce così. Piena, nera, melodica, estremamente emotiva. Ma anche duttile e dinamica: non lesina l’utilizzo di un drammatico falsetto quando serve, ma sempre mantenendo in primo piano i sentimenti. È una voce vera, sembra di essere in studio con lui, senza filtri, senza compressione, semplicemente con il cuore spaccato in due.

Le altre canzoni ci consegnano un genere che si mantiene all’interno di un americana blueseggiante e moderno. Gli anni venti si riescono a intravedere nello spazio tra una nota e l’altra, ma quando rimaniamo sulle note ci si sente fermamente ai giorni nostri.

Nel 2020 Ondara stava lavorando al suo secondo disco, una produzione con una band al completo come il primo, ma con l’inizio della quarantena tutto si è fermato. Lui non si butta giù e dopo qualche settimana di smarrimento inizia a scrivere tutt’altro. Non aveva intenzione di scrivere un disco, era semplicemente una sorta di terapia, un modo per sopravvivere all’isolamento. Alla fine il disco lo ha scritto, ha passato tre giorni in studio, registrato tutto e immediatamente pubblicato digitalmente.

Tre giorni di registrazioni portano alla mente i grandi classici del jazz e del blues. A Kind of Blue è stato registrato in due sessioni, tutta la discografia di Robert Johnson in quattro giorni; mentre ai giorni nostri si passano mesi in studio per lavorare a dischi che verranno dimenticati dopo poche settimane. Folk n’Roll Vol. 1: Tales of Isolation ha il potenziale per non essere dimenticato.

Voce, chitarra e armonica. Basta. Il pensiero va immediatamente al primo Dylan e allo Springsteen acustico, ma allo stesso tempo non c’entra niente. Sarò onesto: si tratta di un genere che non mi piace. Non sono mai riuscito a creare una vera connessione con questo cantautorato folk focalizzato quasi totalmente sui testi. Testi che difficilmente parlano di me e con poca attenzione per melodia, voce e emozione. Folk n’Roll Vol. 1: Tales of Isolation è invece completamente diverso.

Ondara riesce a superare l’esordio in modo disarmante. Qualche giorno fa ho postato la meravigliosa Isolation Depression Syndrome su Facebook e un’amica ha commentato semplicemente: “è intensissima”. E in quell’istante ho capito tutto. Uno può avere la voce più bella del mondo, una tecnica sopraffina, essere un chitarrista strepitoso, ma è tutto inutile se non ci mette l’anima. Ondara ci mette la sua anima e quella di tutti i suoi antenati riuscendo a concentrare tutto su ogni sua singola nota.

Parla di disoccupazione, di crisi, di pagare l’affitto, di noia, isolamento, depressione. Problemi terminali vanno a braccetto con altri apparentemente superficiali. Tutti hanno la stessa dignità per Ondara, la stessa dignità di ricevere quel concentrato di anime all’interno di ogni nota. Lockdown on Date Night Tuesday parla di amore, è forse il pezzo più leggero, Isolation Anonymous in versione distorta sarebbe un pezzo rock strepitoso, in Shower Song canta la noia da sotto la doccia con solo il suo battito di mani come accompagnamento, mentre le ultime quattro sono un crescendo di emozioni anche difficile da sopportare. Approcciare per gradi.

Da più di una settimana faccio fatica ad ascoltare altro. Vorrei spostarmi su dischi nuovi, ma torno sempre a lui. Immagino sia riuscito a distillare alla perfezione tutti i sentimenti umani relativi a questo periodo di isolamento. Non vi riconoscerete in tutte le canzoni, ma trovo improbabile che almeno un paio non possano aver rappresentato la vostra colonna sonora della quarantena. Isolation Anonymous, Isolation Depression Syndrome e Isolation Blues sono le mie. Quali sono le vostre?

Luca Di Maio