Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi”.  -Frankie HI-NRG-

Premessa I.

Dovevo vedere il film in sala appena prima del lockdown. Ho visto il film pochi giorni fa su Sky.

Premessa II.

Ho un’attrazione sensuale a tratti perversa per i film coreani, alcuni visti anche in lingua originale ovviamente sottotitolati (accidenti potevo imparare il coreano in quarantena, #occasionisprecate). Anelavo la visione di questo e non ne sono rimasta delusa. Anzi. Si conferma come lo stile coreano sia una macedonia di generi i cui frutti mantengono indistinto il sapore.

Premessa III.

Bong Joon-ho è anche il regista di The Host, Snowpiercer e Okja. Di questi tre devo assolutamente recuperare il secondo, mentre ho solo visto l’ultimo, una produzione Netflix che ha diviso le opinioni. Okja è una creatura gigante a metà tra l’ippopotamo e il maiale. Su questa pellicola mi esprimo con un interlocutorio “mah”, perché alcuni aspetti estetici mi sono piaciuti molto, altri invece li ho trovati un pelino stiracchiati.

Veniamo a bomba su Parasite, il film calamita di premi.

Non mi soffermerò sulle interpretazioni del perché del successo, mi interessa invece proporvi tre argomenti, strettamente collegati alla natura umana e a tutto ciò che non è controllabile.

Tre temi, tre.

  • Classi.
  • Credibilità e passaparola.
  • L’odore.

Attenzione.

  • Per comodità lascerò il politically correct dei termini a casa e distinguerò le famiglie protagoniste in benestanti e poveri, usando il cognome.
  • Se non l’avete visto o non avete letto la trama qua e là, il livello spoiler potrebbe essere alto. 

Il mio film è una commedia senza clown, una tragedia senza cattivi” -Bong Joon-ho-

Sembra lotta (di classe) ma non è.
Superparassitismo.

No, non si tratta nemmeno di Superuomini, ma di Superparassiti.

Superparassitismo. Dice wikipedia: “è un rapporto di competizione intraspecifica fra parassiti della stessa specie (gregari) che si sviluppano a spese di uno stesso individuo, talvolta in numero elevato.”

“Homo homini lupus” oppure “mors tua vita mea”?

Entrambe le locuzioni latine sintetizzano le dinamiche prevalenti su cui si basa il film. Non c’è una vera lotta di classe, ma un povero contro povero, una frustrazione sociale contro una non curanza sociale.

In realtà vediamo come i Park non si propongano con un atteggiamento di superiorità in quanto ricchi, piuttosto come inconsapevoli o ignoranti.
Diceva anche Omero che gli dei dell’Olimpo, stando in alto, non si curano dei tormenti che affliggono i piani bassi, non ne hanno forse nemmeno idea e interesse perché affrancati dai problemi dell’umanissima esistenza. Non a caso i livelli in cui stanno le abitazioni delle famiglie del film sono proprio caratterizzate dalla loro collocazione rispetto l’altezza geografica: nel più basso degli scantinati e in cima a una collina.
Durante la festa del piccolo Park vediamo bene anche un altro aspetto. Le condizioni di benessere se vissute tra persone con lo stesso grado di capacità economica o simile non vengono infatti percepite come privilegi, ma come normalità. Una normalità che non permette di fare i conti con un ambiente fatto di disperazione, difficoltà e stenti. Una realtà culla di risentimento e frustrazione.

L’invidia e il livore sono sentimenti che se subiti non sono sempre facilmente percepiti, anzi. Se invece provati, sono determinanti e determinati come delle api impazzite che preferiscono quasi la morte pur di pungere.

Esiste un confine labile tra disperazione e invidia?

Nel film ci sono in verità due famiglie povere. Due tipi di parassiti.
Quelli grati e innocui, con un segreto. Mossi dalla sopravvivenza. Moon-gwang e Geun-sae.
Quelli furbi, camaleontici, alla ricerca forse anche di un riscatto sociale. I Kim.

La tragedia, il dramma finale si consuma prima tra i poveri. Si fanno fuori tra di loro vicendevolmente e solo dopo si accaniscono sui benestanti. Ci poteva essere un tentativo di iperparassitismo (parassiti di parassiti) se la famiglia Kim avesse nutrito il signor Geun-sae nel bunker, ma la signora Moon-gwang, la moglie e precedente governante, scalzata dal suo ruolo, ribalta la questione e mossa da vendetta minaccia di rivelare tutto ai Park, dimenticandosi che la disperazione che aveva armato di scaltrezza i Kim, era la stessa che avrebbe messo in campo tutte le energie per mantenere lo status quo.

Credibilità e passaparola. Si va in scena.

I coniugi Park, i benestanti, si fidano ciecamente dei loro collaboratori, dandogli molto più credito di quanto ci si potrebbe aspettare. I ruoli e le regole vengono rispettati in ogni condizione, tranne in due momenti topici che diventano poi la serpe in seno della rabbia e del riscatto sociale.

Quando ci approcciamo a un qualsiasi nuovo argomento di cui siamo digiuni o su cui abbiamo bisogno di un aiuto possiamo infatti scegliere due strade. Informarci dalle fonti e iniziare una nostra indagine personale sull’argomento e poi, scremature fatte, formarci o stringere contatti, oppure chiedere direttamente a qualcuno di cui ci fidiamo. Spesso senza nemmeno conoscerlo bene.

Sono come tu mi vuoi.

Grazie a google, pinterest, instagram, wikipedia, siamo in grado anche noi, come la figlia dei Kim di apprendere un paio di nozioni e farle nostre. Dipingerci come esperti chef, o filosofi impegnati. Cultori della scultura moderna. Quando invece quel che abbiamo fatto è stato un veloce e facile copy and paste. A volte c’è davvero un interesse profondo e genuino che ci muove e la tecnologia ci aiuta ad approfondire, coltivare e perché no, ritrovare un seme. A volte diventa un facilissimo modo di selezionare un contenuto per farci belli agli occhi di qualcuno che vorremmo ci trovasse interessanti. Se fino a qualche anno fa, la rete era il mezzo per connettersi tra simili altrimenti irraggiungibili, oggi alla luce dei social alla portata di chiunque, diventa difficilissimo, se non impossibile, scremare la bontà non dico dell’anima (ambizione esagerata), ma della natura e gli intenti di una persona. Identità costruite a collage, appiccicate lì. Tempi duri i nostri se, come unico mezzo di conoscenza, ci si prospetta solo il remoto? Tempi veramente duri.

Si parla di maschere, Pirandello ce lo diceva molto bene. Si indossa la più adatta al personaggio e si porta sul palco quella realtà posticcia che ci serve per lo scopo ultimo. Per il giovane Kim avere un lavoro, cibo in tavola e una prospettiva migliore.
“Cosa ci faccio io qui”, si chiede però lo stesso giovane durante la festa, guardando da una finestra la gente uguale a lui, ma diversa da lui. Il ragazzo sente di non appartenere a quel mondo così naturalmente giusto e in ordine, realizza che la menzogna, seppure recitata magistralmente, non è abbastanza per farlo aderire a un’identità fittizia.

Intanto la giovane Park è innamorata di quel giovane Kim, insegnante, che in verità non esiste. Succede quindi che il ragazzo percepisce che la sua bugia è un beneficio per lui, ma potrebbe essere un disagio per un’altra.

Questo è un altro punto. Impegnati nel nostro mondo, forse a non prenderci nemmeno noi troppo sul serio, proiettiamo lo stesso sull’altro e ci viene facile non pensarlo come un essere in carne ed ossa, con una sua vita e dei sentimenti. Ci si dimentica dei guai, delle conseguenze di quel che si dice, ma anche che siamo tutte persone interconnesse. Siamo circondati da wannabe, che possono millantare, fake it until you make it, solo finché confidano nell’umana pigrizia dei più, che preferiscono non verificare, ma chiedere, oppure credere. La signora Park crede di chiedere. Invece chiede di poter credere.

Chi è capace della nostra fiducia, oggi, ha un valore incredibile.

L’odore.

Tutto gira intorno al senso dell’olfatto. Non è la vista, non è il tatto, non è il gusto, né l’udito, ma è l’odore il senso rivelatore per eccellenza nel film. Quell’odore che ti si attacca addosso e non puoi in nessun modo nascondere, non se sei povero e vivi in uno scantinato.
L’odore è qualcosa che caratterizza un individuo biologicamente e crea un legame fortissimo con il prossimo. Non si vede, non si tocca, ma si sente, si percepisce e come pochi è legato al richiamo della memoria. Un profumo ci attrae in modo quasi estatico o ci repelle. A volte ci capita di venire richiamati da un odore impercettibile. Pensiamo ai ferormoni: quando proviamo attrazione per qualcuno e ci troviamo in contatto con la sua pelle, le prime volte. Da lì o l’attrazione aumenta per entrambi in modo fortissimo, oppure diventa un piccolo deterrente, spesso inconscio. E stiamo parlando di odori spesso irrilevabili. Immaginiamoci quelli acri e penetranti. Fastidiosi e difficilmente evitabili.
La famiglia Kim è scaltra e ingegnosa e riesce a plasmarsi con eleganza ed equilibrio in ogni aspetto. Ogni componente è ligio alla parte e si attiene al ruolo assegnato con dovizia, mimetizzando e falsando tutto. Tutto tranne l’odore.
Quello del signor Kim, forte, deciso diventa l’elemento rivelatore.
Il piccolo di casa Park, nella sua ingenuità, nota che i vestiti dei nuovi collaboratori emanano tutti le stesse note olfattive, indicando così un legame tra i quattro.
Ed è proprio l’odore, il suo disprezzo, che diventa il movente, l’impeto della tragedia.

Posso fingere di essere qualcuno di diverso, per elevarmi. Non posso però nascondere la mia vera natura. La mia origine.

In ginocchio da te. Note inaspettate.

La colonna sonora ha come protagoniste le musiche composte da Jung Jae-il. Non mancano però le incursioni, tra cui spunta l’italianissima “In ginocchio da te” di Gianni Morandi. Scelta non prevedibile, forse strana, ma molto interessante. Impossibile per un italiano non sorridere e canticchiarla.

E tu che parassita sei?

Cerchiamo i nostri simili, ma siamo perversamente attratti da quel qualcosa che odiamo, per poi farlo fuori. Ciò che ci fa assomigliare e unisce tra individui, in realtà spesso non è la provenienza sociale, il portafoglio, bensì il sistema valoriale, il grado di empatia, come si guarda e si sta con il prossimo. Quali sono le cause per cui ci si batte, se difendiamo il prossimo, se rispettiamo l’altro, le sue differenze.

In fondo ognuno di noi è spocchioso in modo diverso. E se fossimo tutti dei parassiti? Forse in qualche maniera lo siamo, proprio per le caratteristiche dell’essere umano. Pensiamoci.

Un poco utile giochino che noi di Mangiacassette vi offriamo al profumo di zucchero a velo e pesche bianche. Trova il tuo parassita prefe!

1.La zecca (ectoparassita). Mi appoggio a te, ti risucchio, urticandoti così devi per forza sapere che esisto e non mi puoi ignorare.
2.La tenia (endoparassita). Mi nutro dall’interno però secondo me ti faccio anche un favore, anzi dimmi grazie che sei più magro.
3.Il cuculo (cleptoparassita). Tu costruisci il nido, io preferisco bullizzarti e mettere il mio uovo nel tuo così faccio meno fatica e ho più soddisfazione nel sentirmi un volatile superiore educando già il mio pulcino a rubar la pappa ai tuoi.
4.Il vischio (emiparassita). Sto qui, buono buono su di te, ti caratterizzo anche, ti proteggo dagli ostacoli della vita che tu avresti affrontato lo stesso ma te lo faccio un po’ pesare.
5.Alien (xenomorfo). Ti mangio gli organi dall’interno e poi bel bello ti trapasso lo stomaco per uscire. E tu? Muori.

Fatecelo sapere nei commenti e sentitevi liberi di aggiungerne di nuovi!

Sara Capoferri