Ossessione. L’altro giorno stavo preparando una nuova puntata di Alta Fedeltà, il mio programma settimanale su Radioquar in cui racconto i miei dischi della vita, e così, senza motivo, scelgo World Coming Down dei Type O Negative. Non era nella mia lunghissima lista di album di cui avrei voluto parlare, non ci pensavo da un sacco di tempo, non pensavo a Peter Steele da un sacco di tempo.

Ossessione. Da quel momento mi sono trovato in fissa con i Type O Negative, in fissa con Pete come se la sua scomparsa fosse una notizia di quel giorno. Sono in piena elaborazione del lutto con dodici anni di ritardo, incredibilmente ancora alle prese con il rifiuto. Allora? Allora scrivo.

Cosa sono per me i Type O Negative?

La mia prima volta con i Type O Negative è stata attorno al 2000 con il video di Everything Dies sul mitico Sgrang!; l’unica finestra televisiva sul metallo in quell’epoca lontana. Ero in un periodo estremamente goticone e Pete ebbe gioco facilissimo nel conquistarmi, soprattutto grazie al recentissimo World Coming Down.

Musicalmente sono un gruppo unico al mondo, qualcosa di mai esistito prima e mai replicato dopo. Il suono pone le sue basi su un riffing Sabbathiano estremizzato in chiave drone e arricchito da un lavoro tastieristico molto debitore a Jon Lord; il tutto alternato a sfuriate squisitamente hardcore, ulteriormente ribaltate dalla declamante voce baritonale dell’immenso Steele. E poi l’emozione… l’emozione.

World Coming Down è un animale unico nella discografia del gruppo. Sincero, crudo, malinconico, violento, riflessivo, intenso. Bloody Kisses è forse un disco più completo, sicuramente più geniale e sui generis; mentre October Rust è quello più rotondo, smussato, ben scritto e patinato. Ma nessuno dei due è mai riuscito a connettere con la mia anima quanto World Coming Down.

White Slavery parla delle dipendenze di Pete come se fosse già riuscito a farci i conti, come se le avesse già sconfitte; purtroppo non le sconfiggerà per altri dieci anni. Everything Dies ed Everyone I Love Is Dead sono le sue elaborazioni del lutto; pezzi che farà tantissima fatica a cantare negli anni successivi. “Quando le ho scritte ho scelto di non pensare a come avrei fatto a cantarle dal vivo senza scoppiare in lacrime”. Who Will Save the Sane? Parla dei suoi problemi di salute mentale con l’ironia amara che lo contraddistingue “Ora striscia via, con una finta lacrima nei tuoi occhi e pensa, non era strano quel tizio?”. La titletrack è una presa di coscienza, arrabbiata, violenta, disperata, del personaggio di cui non riesce a liberarsi. “Lo so che il mio mondo si sta distruggendo, lo so, sono io quello che lo sta distruggendo”.

Quattro anni dopo World Coming Down arriva Life Is Killing Me continuando sulla stessa linea, anche se con meno intensità. L’ultimo lavoro Dead Again rifletterà in parte la temporanea reunion dei Carnivore tornando su pezzi musicalmente più aggressivi, ma tematicamente sempre molto riflessivi. Siamo nel 2007.

Il 14 Aprile del 2010 la notizia della scomparsa di Pete. Causa della morte che rimbalza tra arresto cardiaco e setticemia dovuta a un problema all’apparato digerente. Inizialmente si pensa a uno scherzo. Sì, perché nel 2005 il resto del gruppo aveva postato sul sito una lapide con data di nascita e morte di Pete, e per qualche ora tutto il mondo aveva creduto al peggio. Si è trattato in realtà di qualcosa a metà tra lo scherzo e l’errore, il tutto solamente parte di una campagna per il cambio di casa discografica.

Non voglio essere me

Ossessione. Prima di scrivere ho studiato andando a recuperare un po’ di interviste al buon Pete, trovandone un paio di devastanti e interessantissime. Pubblicamente era la definizione stessa di personaggio. L’unica volta in cui li ho visti dal vivo, nel 2003 a Bologna, aveva quella faccia matta che lo contraddistingue e ha bevuto sul palco un improbabile numero di bottiglie di “vino francese”. In quell’occasione intervistai il batterista Johnny Kelly, il quale non macò di dirmi che Pete era sul tour bus a bere. Nonostante tutto sul palco aveva un magnetismo che in quasi trent’anni di concerti ho visto pochissime volte.

È noto per aver posato nudo per Playgirl, durante le interviste di atteggiava a uomo duro, da tutti percepito come grandissimo tombeur de femmes dotato di un ego smisurato. Le interviste mi hanno restituito qualcuno estremamente diverso.

La visione in ordine cronologico invertito è stata rivelatoria nella dimostrazione di un’involuzione e un mascheramento progressivo impressionante di un uomo che pochi giorni prima della notizia della sua morte era finalmente libero e maturo. Le sue ultime parole pubbliche mostrano una persona calma, tranquilla, da oltre sei mesi senza droghe e alcool, che traccia un bilancio della sua vita con una lucidità sorprendente. Ma non senza i suoi tormenti. “Vorrei avere una cerniera che va dalle palle al collo, per poterla aprire e uscire della mia pelle una volta ogni tanto”. Già sette anni prima cantava I Don’t Wanna Be Me.

L’intervista precedente risale a fine Ottobre 2009, pochi giorni prima dell’ultimo concerto del gruppo. Pete è sobrio da circa due mesi, guarda al futuro con grande ottimismo, parla addirittura di cosa farà “quando avrà dei figli”, ma è già molto meno lucido, e sul finire sembra cadere nel personaggio che lo ha reso famoso. Poi man mano che sono andato indietro ho trovato una persona sempre meno vera, sempre più costruita attorno alle proprie dipendenze e alle aspettative che il pubblico aveva per lui. Il modo in cui racconta la storia delle 12 bottiglie di vino bevute durante un concerto in Danimarca (4 prima, 4 durante, e 4 dopo) muta profondamente a seconda del momento in cui la racconta. Nell’intervista del 2010 è raccontata con una consapevolezza che pochissime persone raggiungono in una vita intera.

Nel ’96, in mezzo agli ammiccamenti figli del servizio per Playgirl dice qualcosa di molto interessante “non voglio essere una rockstar per tutta la vita, ho 35 anni e voglio essere fuori da tutto questo prima di diventare vecchio”.

E se davvero non fosse più lui?

Nelle varie interviste risulta chiaro come sia sempre stato un uomo senza mezze misure: nel bere, con la droga, nel mangiare, con le donne. “Non posso fermarmi a un bicchiere di vino prima di un concerto, se comincio devo bermi tutto il vigneto”. E nel 2010 l’ho visto davvero sereno, così sereno da rendersi conto di non poter più essere Peter Steele?

Certo, poteva semplicemente ritirarsi dalle scene, ma sarebbe stata appunto una mezza misura. Qualcosa che lo avrebbe sempre potuto mandare fuori controllo. E se torna sul palco poi torna il terrore, tornano le aspettative, tornano le tentazioni. Meglio morire. Peter Steele non c’è più, i suoi compagni decidono di sciogliere il gruppo, non ne parlano quasi più e si rifiutano persino di essere intervistati per una sua biografia. Peter Steele è morto. Davvero?

Pochi giorni fa sulla pagina Facebook del gruppo è comparso un messaggioQuindi. Mi chiedo se qualcosa di MORTO tornasse in vita?”. L’assurda speranza è ovvia, e a giudicare dai commenti non sono il solo ad averla. La cosa più probabile è semplicemente la ristampa in vinile di Dead Again, mentre quella che non potrei sopportare sarebbe una reunion senza Pete. Più disgustosa di quella dei Pantera.

In realtà prima di vedere la sua ultima intervista sognavo soltanto di leggere questo annuncio: “Peter Steele non è mai morto e i Type O Negative sono tornati”. Ora no. Sarei la persona più contenta del mondo se Pete fosse vivo, tranquillo, felice, con i figli che desiderava, con una compagna che lo ama, con i suoi gatti, in un bosco a tagliare alberi e bere cedrata. Sereno, in pace, che guarda al suo passato con un misto di disgusto e nostalgia, pensando alla sua grande bugia con il ghigno beffardo di colui che è riuscito a fottere tutti salvando sé stesso.

Luca Di Maio

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