Sin da prima di lanciare MangiaCassette volevo scrivere qualcosa riguardo il Progressive Rock a tutto tondo; ci ho pensato e ripensato, ma la chiave di lettura giusta sembrava sfuggirmi sempre. Poi qualche giorno fa, parlando con un’amica, la rivelazione: “il punto non è l’arte per l’arte, alla fine quello che conta veramente sono solo le emozioni”. Una banalità, che però è servita a darmi uno scossone. Non mi sentivo pronto a sciorinare tutta la storia dagli anni ’60 a oggi, mi sentivo in soggezione al cospetto di quell’immensa tecnica sempre messa in mostra dalle formazioni Progressive; tutto vero, ma tutto altrettanto irrilevante.

Il taglio ora è chiaro e salterò a piè pari il Progressive delle origini con l’obiettivo di raccontarvi l’ultimo ventennio, quello che ritengo il momento più emotivo nella storia del Prog. Prima di farlo però urgono un paio di definizioni, giusto per parlare la stessa lingua.

Per Progressive Rock (o Rock Progressivo) si intende quel genere nato verso la fine degli anni ’60 sulla scia dei Beatles di Sgt. Pepper, del rock psichedelico di artisti quali i Moody Blues, e in generale del jazz dei decenni precedenti. In modo molto semplicistico se il Classic Rock dei Led Zeppelin deve la vita al blues, il Prog la deve al jazz e alla psichedelia. In The Court of the Crimson King dei King Crimson è generalmente riconosciuto come uno dei primi dischi Progressive Rock (1969) introducendo composizioni lunghissime, continui cambi di tempo, tempi dispari, e molteplici influenze. Un altro termine usato spesso come sinonimo in quel periodo è Art Rock, che però si trova più spesso legato a gruppi come i Supertramp o i Roxy Music, adiacenti al Prog, ma decisamente più Pop come impostazione.

Abbiamo poi Neo-Prog e Post Prog. Il primo è un termine coniato per una sorta di rinascita del Prog negli anni ’80, avvenuta quando quasi tutti i gruppi storici si erano sciolti, o al massimo avevano virato pesantemente su sonorità più elettroniche (il periodo synth); i Marillon ne sono l’esempio più classico. Il secondo termine è invece molto più vago, in quanto risulta spesso un calderone di tutto quello che è associabile al Progressive prodotto dopo gli anni ’80. Aggiungo per chiarezza il termine Post Rock, talvolta erroneamente associato al Prog, ma che è riferito a un genere derivante dalla scena alternativa; normalmente contraddistinto da pezzi strumentali, chitarre oltremodo distorte e tanta atmosfera. Mogwai, Explosions in the Sky, Godspeed You! Black Emperor e God is an Astronaut ne sono alcuni validissimi esempi.

Fatta questa fin troppo lunga premessa vi dico di cosa parliamo oggi: Post Prog anni 2000, che per comodità chiameremo anche Progressive o Progressive Rock in quanto le nomenclature nel presente si sovrappongono. Ma perché parlare degli ultimi vent’anni quando il periodo d’oro è stato quasi cinquant’anni fa?

Perché a parte le enormi differenze tecniche, trovo che tra i mostri sacri degli anni ’70 e i gruppi nati più recentemente esista un enorme abisso emozionale che cercherò di spiegarvi. I vari King Crimson, Yes, Jethro Tull, Genesis, Soft Machine, Nektar, PFM, Camel, eccetera, stavano facendo la rivoluzione. Una rivoluzione culturale e musicale. Erano il più delle volte degli intellettuali, collaboravano con degli intellettuali, alcuni di loro erano degli hippie, stavano a loro modo cambiando il mondo essendo parte di una vera controcultura in opposizione a quanto pubblicamente accettato. Spingevano i limiti della musica più lontano di ogni immaginazione da un punto di vista tecnico e compositivo, e allo stesso tempo portavano avanti tematiche molto sentite in un periodo così caldo come gli anni ‘60/’70.

Adesso è tutto cambiato: nel nuovo millennio non c’è posto per la rivoluzione, i giovani non sognano più di cambiare il mondo, non c’è più l’interesse, sembra che non sia più possibile; le cosiddette rivoluzioni sono guidate dai governi e dalle multinazionali, con risultati piuttosto ovvi. Così negli ultimi vent’anni l’obiettivo si è spostato, non è più il mondo e le sue regole, ma è al nostro interno. Gli artisti in questione, che spesso sono dei millennial nati negli anni ottanta, cercano semplicemente di capirsi e di trasmettere qualcosa che parli di loro. Dopotutto se non possono più cambiare il mondo, almeno cercano di cambiare loro stessi.

Il viaggio del Post Prog è quindi interiore piuttosto che esteriore, e lo si vede da tutti gli elementi in gioco. Non ci sono più personaggi eclettici come Ian Anderson dei Jethro Tull, o album così opulenti come Close to the Edge degli Yes; i moderni cantori del Progressive sembrano quasi tutti dei novelli David Gilmour. La chitarra dei Pink Floyd è quello che non scriveva i testi, al quale interessava poco delle battaglie politiche di Roger Waters: lui voleva emozionare, e dio, se ci è sempre riuscito. Ci riesce ancora e lo farà anche sul suo letto di morte.

Steven Wilson parte proprio da lui. Quando ha iniziato a suonare doveva scegliere se ispirarsi a Robert Fripp (chitarra e anima dei King Crimson) o a Gilmour, dichiarando di aver scelto quest’ultimo perché meno tecnico. La falsa modestia che lo contraddistingue colpisce sempre, ma ascoltando la sua musica sin dai primi Porcupine Tree risulta evidente che la vera ragione della scelta sia l’enorme carica emotiva che hanno tutte le sue composizioni. È da sempre un cantore della tristezza. Porta con sé un’infinità di pezzi strappalacrime, anche quelli più pesanti sono permeati da una vena malinconica asfissiante. La chiave di tutto è l’introspezione, la ricerca parte dall’interno per poi manifestarsi in una cascata di emozioni. La cassetta allegata contiene svariati suoi pezzi che potrete giudicare da soli, dal quasi metal di Arriving Somewhere But Not Here al pop più artistico di Nowhere Now.

La cassetta è un po’ diversa dal solito. Ho deciso di inserire oltre 100 canzoni di oltre 30 artisti diversi in modo da dipingere al meglio questa scena meravigliosa. Partiamo dai Norvegesi Gazpacho che si trovano a cavallo tra l’Art Rock e la scena alternativa, ma portano in dote un torrente di emozioni. Con loro l’introspezione viene portata all’estremo grazie a perenni sconfinamenti su territori onirici; Upside Down è per quanto mi riguarda tra le più belle canzoni di sempre. Sempre in Norvegia trovate una buona dose di Airbag e di Bjorn Riis che, come già discusso, riescono a trasmettere tutta quella riflessione glaciale e atmosferica tipica della penisola Scandinava. Una sorta di Suicide Metal Finlandese per adulti.

Il Progressive Rock ha raccolto anche una serie di esodati dal Progressive Metal, stanchi di quelle coordinate stantie ferme da oltre vent’anni a quanto già sviluppato da gruppi come Dream Theather, Meshuggah o Tool. I Soen e i Leprous ne sono usciti a testa altissima, gli Opeth un po’ meno. I Katatonia e gli Anathema non ci sono mai entrati facendo una transizione graduale, ma diretta, da un metal prima doom, poi gothic e infine Post Prog. Il punto è che questi quattro gruppi hanno prodotto quanto di meglio il panorama musicale abbia avuto la fortuna di sentire negli ultimi anni, e proprio grazie alla loro fuoriuscita dal mondo metal.

I Leprous facevano grandissimi dischi anche prima, ma da Malina e con l’imminente Pitfalls sono usciti da tutti gli schemi: pop, jazz e elettronica si intrecciano magistralmente. I Soen hanno inserito nel loro suono gli anni ’70 per arrivare al futuro; gli Anathema erano già all’avanguardia nel millennio scorso con Alternative 4, ma un disco come Weather Systems è emozione allo stato puro, le due Untouchables sono qualcosa di inarrivabile. Lo stesso dicasi per i Katatonia a partire da Last Fair Deals Gone Down. Qualcuno ultimamente sta provando pian pianino anche a cambiare il Progressive Metal (penso a Periphery, Tesseract e Between the Buried and Me), ma sarà dura. Oggi comunque non ne parliamo.

La carrellata prosegue con artisti e progetti in qualche modo collegati a Steven Wilson grazie anche all’etichetta inglese KScope, oppure seguiti dalla tedesca Inside Out. I Riverside di Mariuzs Duda, assieme al suo progetto solista Lunatic Soul, sono sicuramente la cosa più emozionante mai uscita dalla Polonia. L’introspettività di un testo come quello di The Depth of Self Delusion rimane impressa nel profondo, come l’estrema emotività delle loro composizioni.

Dall’Italia troviamo i Nosound di Giancarlo Erra, partiti con un rock progressivo intimista e finiti quasi totalmente nel mondo dell’elettronica con loop ipnotici e atmosfere opprimenti dall’interno. Abbiamo già parlato delle RanestRane, formazione romana dedita alla messa in musica di film d’autore; e parzialmente italiani sono anche gli O.R.k. nei quali troviamo il chitarrista dei Marta sui Tubi Carmelo Pipitone e il cantante bolognese Lef. Sono impegnati in un prog abbastanza aggressivo che talvolta sconfina nel metal, ma beneficia dell’impressionante stile operistico di Lef nel tessere trame fortemente emotive.

Descriverli tutti occuperebbe ben più pagine di quelle che siete disposti a leggere, ma oltre agli artisti menzionati troverete anche: Ankdoten, Antimatter, i trip hoppers Archive, Bigelf, Blackfield, Demians, Karnivool, Keor, Plini, RPWL, Soup, Aristocrats, Tim Bowness, VOLA e tanti altri. Tutti intenti a sorprenderci musicalmente, ma soprattutto a scavare dentro loro stessi per poi inondarci con un torrente di energia interiore.

In un certo senso il Progressive Rock degli anni 2000 va in totale contrapposizione a quello degli anni ’70 in quanto non è la proficienza tecnica dei musicisti il suo punto di forza, quanto la loro capacità di interpretare e trasmettere le emozioni. Non fraintendetemi, se ascolto Epitaph dei King Crimson mi si spacca comunque il cuore in due, come se ascolto i Karnivool o i Porcupine Tree noto dei musicisti che fanno cose strepitose. Nulla è mutualmente esclusivo, ma la carica emotiva degli artisti più recenti è evidentemente la caratteristica principale del movimento.  Ho provato a descriverlo riguardo l’ultimo tour di Steven Wilson in Italia: tecnicamente devastante, ma emozionalmente ancora più soverchiante.

Vorrei che ascoltaste queste oltre cento canzoni senza pensare alla tecnica, senza storcere il naso se un pezzo è in 4/4, senza indispettirvi se suona “molto pop”; vorrei che vi metteste in silenzio, con le vostre cuffie, possibilmente al buio, pronti a farvi trascinare via. Pronti a partire per un viaggio nella mente, nel cuore, nell’anima di questi musicisti, e poi dentro di voi. Vi ritroverete cento volte nei loro testi, nelle loro musiche e in quello che trasmettono anche solo con i silenzi. Qual è, se non questo, lo scopo ultimo della musica?

Luca Di Maio

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