Per parlare dell’ultimo album di Stefano Panunzi voglio partire da un freddo dato: Caravaggio è l’album di inediti in studio più lungo della storia. Due ore e trentacinque minuti, due CD riempiti quasi al massimo della capacità; se fosse uscito in vinile sarebbero stati quattro dischi pieni di solchi. Che nell’epoca della musica liquida, dei singoli, della musica di sottofondo, delle micro-composizioni studiate per TikTok, mi viene da considerarlo qualcosa di molto simile a un atto politico. E non sto esagerando; ero dubbioso su Saturn Returnz di Goldie, ma vedo che Caravaggio lo supera di sei minuti sonanti, mentre nella mia ricerca mi sono imbattuto in Songs from the North PT. 1,2,3 degli Swallow The Sun, ancora due minuti sotto il disco di Panunzi e comunque discutibile in quanto non proprio un album organico. A onor del vero su Caravaggio troviamo anche tre pezzi già pubblicati, ma completamente riarrangiati, risuonati e con cantante diverso, quindi contano senza dubbio come inediti.

Siamo al cospetto di un opera in chiaroscuro che nei passaggi più cupi si affaccia al tenebrismo, ma giusto in tempo per tornare parzialmente alla luce. Musicalmente rimaniamo nelle coordinate di un Art Rock a forte componente Ambient Jazz con molti debiti verso il rock progressivo moderno. È una sorta di compendio della carriera del compositore romano dove si percepisce palpabile il suo amore per David Sylvian e per tutto l’universo post-Japan, senza mai dimenticare la componente più rock. Tastieristicamente passa da soundscape immersivi alla Richard Barbieri, fino a un piano jazz che non dimentica mai di essere melodico. È un disco in linea con i suoi lavori precedenti e con quanto prodotto con i FJIERI; potrei quasi definirlo un testamento, ma non di quelli che vanno solo a omaggiare un passato glorioso, piuttosto un testamento che guarda anche al presente con voglia di stupire ed emozionare.

Le perle sono tantissime: la più emozionante è un pezzo scritto nel 2005 durante le session del suo primo album di cui è stata conservata la struttura e il basso registrato all’epoca da Mick Karn. E niente, come accarezzava il basso lui non lo fa nessuno. Alcune canzoni sorprendono con del riffing al limite del metal, e poi entra la tromba e non ce n’è più per nessuno. E poi quando arriva Alessandro Borgo Caratti alla voce e chitarra mi sembra di sentire un pezzo degli Amorphis di Am Universum, e poi con i crooner Grice e Tim Bowness si sogna, e poi con Peter Goddard e 05Ric si aprono nuove porte, e Ink Scars con Elisabetta Todrani alla voce è praticamente Gothic Metal suonato da un gruppo progressive. Le rivisitazioni dei vecchi pezzi dei FJIERI (Endless è una delle perle nascoste dell’art rock degli anni duemila) con 05Ric alla voce al posto di Tim Bowness e la tromba al posto degli archi sorprendono, ma sono quella connessione, quel testamento di cui parlavo, che insieme alla presenza di Mick Karn rendono Caravaggio anche un auto-omaggio di Panunzi a se stesso e alla sua resilienza.

Per rimanere in tema di omaggi, il mio primo articolo su Stefano Panunzi lo definiva “l’artista italiano più interessante che non conoscete”. E non posso fare altro che confermare e raddoppiare. Se volete provare ad ascoltare la sua opera, potete senza dubbio partire da Caravaggio e andare a ritroso. È musica dall’alto contenuto tecnico che riesce sempre a conservare la melodia; spesso c’è anche il ritornello orecchiabile che però non sfocia mai nel banale. C’è tantissima classe, tantissima eleganza, ma anche tanto amore, tanta emozione. Un po’ come il chiaroscuro di caravaggiana memoria: la musica di Panunzi si muove tra elementi che dovrebbero essere contrapposti, ma che se dosati nel modo giusto arrivano a rivelare la natura più pura delle cose.

 

 

Il disco lo trovate su Bandcamp e su Burning Shed. Supportiamo la musica indipendente.

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