Gli Iron Maiden hanno rappresentato il mio trionfale ingresso nel mondo del metal nel lontano 1997. Non avevo ancora 14 anni e fu amore al primo ascolto. Best of the Beast era l’album, la loro prima collezione con le migliori canzoni, Can I Play with Madness? fu il primo pezzo che mi fece innamorare.

Poi arrivarono tutti gli altri. L’anno seguente segnò l’uscita di Virtual XI e il mio primo concerto in assoluto, al mitico BPA Palas di Pesaro. Passa meno di un anno, ritorna Bruce Dickinson e via via tutti gli altri tour. Da allora non ne ho perso uno e un paio di volte ho fatto anche la doppietta; posso contare di averli visti 18 volte in 23 anni. Non male direi.

Tutto questo per qualificarmi un pochino, ma anche per trasmettere quanto io possa essere di parte quando si parla di Iron Maiden. Oltre a essere di parte sono anche emotivamente legato a questo e quell’altro pezzo, a questo e quell’altro disco in quanto hanno accompagnato la mia vita con continuità da quasi un quarto di secolo.

In ogni caso qualsiasi classifica è soggettiva. Non date retta a chi sostiene di avere alcuna verità in tasca. L’unica verità ineluttabile è che gli Iron Maiden sono il gruppo metal più importante della storia e lo saranno sempre, con tutti i pregi e difetti che possono avere.

All’interno del mondo della soggettività il criterio che ho utilizzato è stato quello del capolavoro. Per me un capolavoro è un disco senza pezzi deboli; i cosiddetti filler, o riempitivi. Meno filler ci sono, più in alto sarà in classifica. Chiaramente il tutto va bilanciato con i pezzi forti; perché magari un disco con solo canzoni discrete (non proprio deboli), potrà comunque essere inferiore rispetto a un altro con due capolavori e un paio di riempitivi. Insomma, aggiungiamo soggettività alla soggettività.

Prima di cominciare vi lascio con questa playlist. Non ho fatto la solista Gran Selezione, che per gli Iron Maiden risulterebbe estremamente ridondante. Vi presento invece le mie perle nascoste. Pezzi che non sono usciti come singoli, che non mai stati suonati dal vivo (o che lo sono stato raramente), ma che per quanto mi riguarda sono superiori a molte delle composizioni più blasonate. Sedici canzoni, una per album, in ordine cronologico.

16. No Prayer for the Dying (1990)

I primi anni novanta sono stati estremamente difficili per il mondo del metal, ma considerando la grande esplosione di creatività della seconda parte del decennio direi che ne è valsa la pena. E gli Iron Maiden non sono da meno.

No Prayer for the Dying può essere tranquillamente considerato il figlio ritardatario del World Salvery Tour del 1984/85 e di tutto quello che ne è seguito. A partire da quel tour leggendario gli Iron Maiden sono stati sotto pressione per diventare sempre più grandi, per fare album sempre più complessi, per fare concerti sempre più spettacolari. Senza tregua. Con gli anni novanta dissero basta. Adrian Smith esce dal gruppo completamente bruciato, le composizioni vengono semplificate, il suono reso più duro e grezzo, anche il tour viene ridimensionato.

Non funziona. No Prayer for the Dying vorrebbe in teoria ricatturare la carogna di Iron Maiden, ma fallisce clamorosamente. Nonostante la durata totale posizionata ragionevolmente a 44 minuti, si ritrova con una caterva di pezzi totalmente dimenticabili. Si salva la scanzonata Holy Smoke (il video è leggenda), la depressissima titletrack (perla dimenticata), l’interessante Mother Russia e il capolavoro assoluto Bring your Daughter… to the Slaughter, guarda caso scippata al Bruce Dickinson solista. Anche la tanto osannata Tailgunner trovo non decolli mai.

15. Fear of the Dark (1992)

La posizione di Fear of The Dark potrebbe sorprendere gli ascoltatori occasionali, ma non credo lo farà con la maggior parte dei fan di lunga data. Il disco reso famoso dall’onnipresente titletrack è il diretto successore di No Prayer for The Dying e soffre di molti dei suoi stessi problemi, ai quali si aggiunge un Bruce Dickinson con mezzo piede già fuori dalla porta.

Sono rimasto abbastanza combattuto se pizzarlo sopra a Virtual XI, per la presenza di due capolavori come la già citata Fear of the Dark e Afraid to Shoot Strangers, ma poi mi sono detto che nel complesso ci sono decisamente meno pezzi tragici sul secondo album con Blaze Bayley. Anche Wasting Love come power ballad è validissima, c’è solo da chiedersi cosa c’entrino gli Iron Maiden con una power ballad. Per il resto rimangono la chicca Judas be my Guide e la forsennata Be Quick or Be Dead a difendere un disco molto poco difendibile.

Questa volta i minuti sono 58 e risultano in almeno 4 pezzi di troppo: la peggior canzone della storia del gruppo The Apparition, la deprimente Weekend Warrior, la banalissima Chains of Misery e l’incasinata Fear is the Key potevano essere cassate senza rimorso. Il problema è che poi sarebbero comunque rimaste le altre The Fugitive, Childhood’s End e From Here To Eternity; carine, ma che in qualsiasi altro periodo di vita del gruppo sarebbero state al massimo dei b-side.

I tantissimi pezzi deboli sono seriamente di una banalità estrema: strofa, ritornello, strofa, ritornello, assolo, ritornello pompato e a casa. Poco orecchiabili, suonano maluccio. Insomma, non gli Iron Maiden.

14. Virtual XI (1998)

Il secondo disco con Blaze Bayley alla voce soffre di tantissimi problemi, e nonostante tutto non trovo che possa essere definito un vero fallimento.

È evidente che tutte le canzoni scritte da Steve Harris non fossero pensate con la voce di Blaze in mente. The Clansman è il caso più eclatante, ma anche la bellissima The Educated Fool lo dimostra in modo disarmante, così come la meno riuscita Don’t Look to the Eyes of a Stranger. The Angel and the Gambler invece sembra un pezzo per Blaze, peccato che abbia un problema più grosso.

Il vuoto lasciato da Martin Birch alla produzione non ha colpito solamente il suono (e Virtual XI è sicuramente il momento più basso su quel frangente), ma soprattutto l’efficacia dei pezzi. Un buon produttore è soprattutto quello che fornisce dritte sugli arrangiamenti, quello che fa in modo che i pezzi non si perdano, quello che tiene tutto quadrato. Su The Angel and the Gambler non quadra niente. Peccato perché la versione portata in giro da Blaze Bayley negli ultimi anni spacca di brutto.

Comunque qui i pezzi ci sono. Le già citate The Clansman e The Educated Fool (perla nascosta), ma anche Futureal, Como Estais Amigo e When Two Worlds Collide. A parte lo sciagurato arrangiamento di The Angel and the Gambler e l’agghiacciante ritornello di Lightning Strikes Twice (“maybe lightning squa squa”?) non butterei via niente.

Sempre immenso rispetto per Blaze, ma questo sarebbe un disco da ri-registrare con Bruce alla voce e con una migliore produzione. Sono certo che ne rimarremmo stupiti.

13. Killers (1981)

Il secondo e ultimo disco con Paul Di’Anno alla voce è tenuto in altissima considerazione dagli amanti del primissimo periodo dei Maiden, ma io ho sempre fatto abbastanza fatica a capirlo del tutto.

Rispetto agli album che ho piazzato più in basso in classifica, Killers ha dalla sua parte la presenza di alcuni pezzi magnifici (la titletrack, Murders in the Rue Morgue e Purgatory su tutte) e l’assenza di canzoni particolarmente poco riuscite. Tuttavia trovo che la maggior parte dei pezzi galleggino nella media, alcuni dei quali anche piuttosto bene come l’immortale Wratchild e Another Life.

Dopotutto la maggior parte delle canzoni erano già state scritte prima dell’uscita di Iron Maiden; il gruppo non era certo nella posizione di tenere da parte i pezzi migliori per il secondo album, quindi ha sparato tutte le cartucce migliori per il debutto, fatto il botto, e utilizzato buona parte degli scarti per Killers. E questa è storia.

“Scarti” sembra una brutta parola e va pesata rispetto all’altissima qualità della produzione del gruppo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, ma per quanto mi riguarda c’è un abisso sia con il disco che lo precede, che con quello che lo segue.

12. Dance of Death (2003)

Ripetersi dopo il capolavoro di Brave New World non era facile e infatti Dance of Death fu una mezza delusione. In realtà di pezzi di altissima qualità ce ne sono parecchi: la perla nascosta Face in the Sand (unica canzone dove Nicko usa la doppia cassa, e infatti non la suoneranno mai dal vivo), il loro miglior singolo di sempre Rainmaker, il loro primo pezzo acustico Journeyman, la forsennata Montsegur e le epicissime Dance of Death (meravigliosa dal vivo) e Paschendale.

Allora perché non è più in alto in classifica? Perché la qualità dei dischi dei Maiden è altissima e ci stiamo già avvicinando alla zona “capolavoro”. In generale trovo che nei suoi 67 minuti ci siano troppe canzoni tirate via, quasi a voler allungare semplicemente il brodo. Wildest Dream è forse il loro peggior singolo di sempre, seguito a ruota da No More Lies, e anche Gates of Tomorrow e New Frontier risultano estremamente dimenticabili.

11. The Book of Souls (2015)

The Book of Souls è stato il primo album dopo Brave New World a essere accolto trionfalmente da tutta la critica e anche da buona parte dei fan. Inizialmente ne rimasi estasiato. If Eternity Should Fail è forse il pezzo di apertura più esaltante dai tempi di Moonchild (sorry The Wickerman) e la chiusura è affidata ai 18 magici minuti di Empire of the Clouds: un tragico viaggio progressivo, metallico e orchestrale a bordo del dirigibile più sfortunato della storia.

Inoltre Tears of a Clown è un mid-tempo rock quasi inedito, Death or Glory una cavalcata trionfale e il coro da stadio di The Red and the Black sembra fatto apposta per salire in piedi sul divano. Anche la titletrack e The Great Unknown mantengono il livello decisamente alto. Così alto che non mi ero reso conto della presenza di altri pezzi e dei lunghissimi 92 minuti di durata di questo doppio album.

È sempre il solito discorso, ma in questo caso reso ancora più eclatante dalla discutibile scelta di fare un doppio album. Rimuovendo i quattro pezzi non elencati sopra The Book of Souls poteva anche arrivare sul podio.

10. The Final Frontier (2010)

Al contrario del suo successore, The Final Frontier fu piuttosto bistrattato al momento dell’uscita. Troppo lungo, tirato via, poco ispirati, canzoni interminabili, queste le critiche più comuni. Io l’ho sempre trovato una vera boccata d’aria fresca.

A partire dall’intro. Ipnotico, psichedelico e sognante. The Final Frontier poi è un pezzo semplice, così come El Dorado (esaltante dal vivo), Mother of Mercy vede Bruce Dickinson stressare la voce come non mai, ma con risultati pregevoli. Coming Home è quasi una power ballad, ma di grandissima intensità, The Alchemist è l’unico pezzo inutile. Poi comincia il viaggio.

Le cinque composizioni che seguono rappresentano il momento più progressivo mai toccato dalla vergine di ferro. È comprensibile che gli amanti delle cavalcate possano essere rimasti spaesati da tutto questo sognare, ma per quanto mi riguarda si tratta di uno dei momenti più ispirati degli ultimi vent’anni del gruppo.

Se devo muovere una critica generale agli Iron Maiden è sicuramente la mancanza di coraggio. Poche volte hanno scelto di sfidare i loro fan cercando di proporre qualcosa di totalmente inatteso, ed è un peccato in quanto nella maggior parte dei casi i fan li hanno accolti a braccia aperte. Purtroppo non è stato così con The Final Frontier, anche se mi aspetto che in futuro questo disco verrà ampiamente rivalutato.

9. The X-Factor (1995)

Per quanto riguarda le posizioni dalla nona alla quarta avrei anche potuto chiamare un orfanello per estrarre a sorte. Difficilissimo. Provo a bilanciare il mio attaccamento emotivo a determinati dischi con un briciolo di oggettività, ma è davvero complicato. Con The X-Factor penso di avercela fatta in quanto i sentimenti lo vorrebbero vedere più in alto, ma un’attenta analisi non proprio.

Il primo disco con Blaze Bayley alla voce è stato uno di quei momenti di grande coraggio da parte di Steve Harris e soci. Scegliere un cantante così estremamente diverso da Bruce Dickinson era già stata una mossa controversa, e accoppiarlo a un album così oscuro come The X-Factor la vera ciliegina.

I fan di vecchia data non ebbero molta pietà, ma il tempo sta iniziando a dare ragione al buon Harris in quanto siamo già nel mezzo di una grande rivalutazione di questo lavoro. Nonostante soffra anch’esso di una eccessiva lunghezza, è innegabile che vi si ritrovino una serie di canzoni di altissimo livello. Oltre alle più blasonate The Sign of the Cross e Man on the Edge, abbiamo la strepitosa The Edge of Darkness, la tristissima 2 AM, il mid tempo Lord of the Flies, ma anche Judgement of the Heaven, The Aftermath, Blood on the World’s Hands e sì, The Unbeliever.

La depressione e il divorzio di Steve Harris hanno sicuramente inciso sul mood generale del disco, così come le guerre di inizio anni novanta sono state un buon punto di partenza per dire qualcosa di importante anche a livello di contenuti. Blaze Bayley si trova a suo agio con queste composizioni e la sua voce baritonale si sposa alla perfezione con questo mood triste e rassegnato.

Nonostante il discreto numero di filler, siamo al cospetto di un gran bel disco.

8. Powerslave (1984)

Secondo alcuni Powerslave è il miglior album degli Iron Maiden e posso anche capirne il motivo. Aces High apre e spacca tutto, 2 Minutes to Midnight rallenta con un groove fenomenale, poi saltiamo alla fine e la titletrack contiene degli assoli incredibili, seguita da una The Rime of the Ancient Mariner che non devo nemmeno commentare.

E in mezzo c’è l’assurdamente dimenticata Flash of the Blade. Le altre non sono proprio dei capolavori, ma sicuramente non possono essere definite pezzi deboli, a parte forse la strumentale Losfer Words (Big ‘Orra). Il mio problema con Powerslave risiede nei suoni.

Non me ne voglia il sommo Martin Birch, ma Powerslave mi ha sempre suonato chiuso, moscio e poco dinamico. La riprova ce l’abbiamo con Live After Death, nel quale tutte queste canzoni respirano come una nuova vita, si aprono, si sciolgono e si completano.

Certo, faccio le pulci, ma qui andiamo sempre più in alto.

7. Iron Maiden (1980)

Parlando di qualità intrinseca Iron Maiden potrebbe anche essere al primo posto. In 37 minuti inventa un genere unendo punk e hard rock, riprende in mano la psichedelia, commemora la morte di un padre, parla di sangue che sgorga a fiumi e inneggia anche alla prostituzione; il tutto con una carogna leggendaria.

Quindi perché non è al primo posto? Esclusivamente per gusti personali. Non sono mai stato un grandissimo estimatore di Di’Anno e alcuni di questi pezzi mi sono venuti a noia quasi quanto Fear of the Dark. Però cosa vuoi dire a un disco con Phantom of the Opera? A un incipit come il riff di Prowler? Alla Gilmouriana Strange World? A una straziante e furiosa Remember Tomorrow? Alla malvagità del pezzo eponimo? Al canto di libertà di Running Free? Al Dave Murray innamorato di Charlotte the Harlot? Niente. Che è un capolavoro e basta, semplicemente i sei che lo seguono lo sono forse di più.

6. The Number of the Beast (1982)

The Number of the Beast è un po’ un’anomalia in quanto contiene due canzoni abbastanza tragiche come Gangland e Invaders e sei capolavori assoluti. In teoria dovrebbe essere più in basso, ma potrebbe anche stare più in alto.

Tutto ciò comunque importa poco quando hai appena prodotto il primo vero album metal della storia. I due precedenti avevano ancora quella patina New Wave of British Heavy Metal figlia degli anni settanta, nonostante un pezzo come Phantom of the Opera fosse già chiaramente metal ottantiano, ma con The Number of the Beast è stato scritto il libro mastro dell’heavy metal da cui quasi tutti hanno attinto per anni a seguire.

Non che tutto parta da loro, nel senso che soprattutto quanto successo nella Bay Area ne è abbastanza indipendente o comunque elabora anche su altri gruppi della NWOBHM, ma è innegabile che chiunque volesse fare musica pesante nel 1982 avesse dovuto prendere The Number of the Beast come ultimo termine di paragone.

Hallowed Be Thy Name è seriamente una delle migliori canzoni mai scritte in assoluto, la titletrack ha fatto la storia, Run to the Hills la leggenda, anche le meno blasonate The Prisoner, 22 Acacia Avenue e, dulcis in fundo, Children of the Damned dovrebbero essere insegnate a scuola.

5. Brave New World (2000)

Non si può nemmeno lontanamente immaginare la pressione con cui stava convivendo il gruppo durante la composizione di Brave New World. La speranze di una legione di fan sulle spalle, la critica pronta a sparargli addosso al minimo passo falso, la loro voglia di tornare a calcare determinati palchi con la rilevanza che avevano negli anni ottanta. E cosa fanno? Un capolavoro.

Sin dal singolo The Wickerman era chiaro: i Maiden sono qui per spaccare. Brave New World riprende da dove avevano lasciato con Seventh Son of a Seventh Son senza dimenticare quanto imparato con The X-Factor e Virtual XI, mettendo però da parte i discutibili primi anni novanta. Il risultato è dell’heavy metal moderno, in parte progressivo, ma anche aggressivo, sicuramente estremamente ispirato.

Canzoni lunghe e meditate alternate a brani più brevi a diretti. Nessun anello debole. Non è un caso se vent’anni dopo l’uscita una buona metà dei pezzi di Brave New World possono essere considerati dei classici del gruppo.

Il ritorno di Dickinson è un evidente trionfo sia in termini vocali che di songwriting, mentre quello di Smith passa ancora leggermente in sordina in quanto firma solamente due pezzi. L’eroe occulto di quest’album è però Janick Gers. Il criticatissimo chitarrista, per molti bravo solo a fare il matto sul palco, ha portato in dote quattro pezzi strepitosi dando la sua migliore contribuzione alla causa assieme a quella fornita su The X-Factor. Anche Nicko McBrain sembra rinato. Gli Iron Maiden sono tornati, e sono tornati per restare.

4. Piece of Mind (1983)

Dopo The Number of The Beast la vergine di ferro aveva bisogno di dare una conferma. Una conferma forte a quanti avevano visto in loro il vero futuro della musica pesante. Piece of Mind fu quella conferma, e anche di più.

L’apertura con Where Eagles Dare è forse la migliore di sempre e mostra un Bruce Dickinson andare davvero dove volano le aquile, Revelations invece presenta al mondo le capacità compositive del cantante arrivando a diventare un grande classico addirittura negli anni 2000. Flight of Icarus è un altro potenziale classico sul quale Steve Harris avrebbe dovuto insistere di più per registrarlo alla velocità giusta (come è suonato dal vivo) invece di dar retta a quel furbetto di Dickinson che voleva piazzare un singolo in America.

Die with your Boots On è estremamente sottovalutata, così come la perla nascosta Still Life. In mezzo alle due si trova The Trooper, e qui non commento proprio. Unico pezzo debole Quest for Fire, materiale da b-side; molto sottovalutata anche Sun and Steel, mentre poco da dire su quella che doveva essere intitolata Dune. Il titolo è stato negato dal management dello scrittore Frank Herbert perché “non gli piacciono i gruppi rock, particolarmente gruppi heavy rock e precisamente gruppi come gli Iron Maiden”, ma il tema è rimasto il famoso classico della fantascienza ritratto alla perfezione nel primo vero pezzo epico del gruppo.

3. A Matter of Life and Death (2006)

E sul terzo gradino del podio, un po’ a sorpresa, ci trovate A Matter of Life and Death. A sorpresa fino a un certo punto perché non può essere un caso se questo è l’unico album che gli Iron Maiden hanno deciso di suonare dal vivo nella sua interezza. Dickinson era rientrato nel gruppo da solamente sette anni e i fan erano sicuramente affamati di grandi classici, ma loro no, presero una posizione esemplare presentando in concerto tutto il loro nuovo capolavoro lasciando fuori dalla setlist pezzi come The Number of the Best e The Trooper.

Il messaggio è chiaro: non siamo solo un grande carrozzone nostalgico, scriviamo nuova musica, crediamo in quello che facciamo e lo presentiamo con orgoglio. Tanti gruppi storici non se lo possono permettere perché il loro materiale recente è palesemente inferiore a quanto prodotto nelle decadi precedenti; i Maiden invece sì, e questo terzo posto lo dimostra ampiamente.

Different World apre ancora una volta alla grande, sembra il classico singolino veloce orecchiabile, ma a un secondo ascolto è evidente una nota malinconica generalmente assente dal suono del gruppo. L’aspetto è confermato da tutto il disco con pezzi dedicati a guerra, religione e riflessioni filosofiche importanti. Le atmosfere sono piuttosto simili a quelle di The X-Factor, anche se non arrivano a quel grado di oscurità.

I pezzi sono tanti e piuttosto lunghi, l’unico anello debole è rappresentato da The Pilgrim, ma risulta poco rilevante in mezzo a cotanta maestosità. Brighter Than a Thousand Suns parla del Manhattan Project e per quanto mi riguarda rivaleggia con Hallowed be Thy Name per la palma di loro miglior canzone di sempre; The Longest Day riesce a far respirare a pieni polmoni il clima dello sbarco in Normandia, Out of The Shadows è un quasi-ballata che mostra la nascita dagli occhi del futuro nascituro e For the Greater Good of God è una profonda riflessione su Dio, uomini e religione. E poi ci sono anche le altre, tutte bellissime, tutte da riscoprire.

2. Somewhere in Time (1986)

Le prime due posizioni sono oggettivamente intercambiabili. La scelta è stata solamente di natura sentimentale. Somewhere in Time è il disco del ritorno dopo il devastante Wolrd Slavery Tour; Bruce Dickinson era talmente bruciato da voler lasciare il gruppo, per quest’album propose solamente dei pezzi acustici tanto quel tour lo aveva devastato. Fortunatamente Smith e Harris sono saliti in cattedra e ci hanno regalato un capolavoro immortale.

Caught Somewhere in Time è un pezzo di apertura anomalo, meno furioso del solito, ma in realtà il disco è tutto anomalo; infatti poi parte Wasted Years. Al tempo furono criticati per essersi venduti all’arena rock più becero, ma sebbene Wasted Years ricordi in parte quelle sonorità, è in realtà molto di più. È stato lo sfogo di Adrian Smith per il devastante tour da poco concluso e indubbiamente il pezzo più bello che abbia mai scritto; è quasi incredibile che dal vivo sia stata quasi snobbata per così tanto tempo. Finalmente però nel Book of Souls World Tour del 2016/17 ha preso il posto che aveva sempre meritato: quello del climax ultimo come pezzo di chiusura.

Poi Sea of Madness continua l’anomalia con una struttura strana, a volte orecchiabile, a volte un po’ stridente, seguita dal coro da stadio di Heaven Can Wait. E poi la seconda metà comincia con la perla nascosta The Loneliness of the Long Dinstance Runner, poi la glaciale Stranger in a Strange Land, il capolavoro di Dave Murrey Deja-Vu e, dulcis in fundo, l’epicissima Alexander the Great.

Potrei riempire pagine e pagine per descrivere tutte queste meraviglie, ma penso semplicemente di non esserne degno. Come non lo è realmente nessuno di noi.

1. Seventh Son of a Seventh Son (1988)

Per quanto alcune delle altre posizioni possano essere un po’ a sorpresa, la numero uno risulta una scelta piuttosto comune. Seventh Son of a Seventh Son rappresenta la summa e la relativa sintesi di tutto quello che sono gli Iron Maiden.

Parte con pochi secondi dolci per poi passare subito al loro pezzo più furioso di sempre, contiene quella che è forse la loro canzone più orecchiabile, la cavalcata più memorabile, l’intro di basso che non ti scorderai mai, un pezzo che sembra una ballata e poi diventa fuoco, dieci epicissimi minuti con la loro miglior sezione strumentale e due perle nascoste che farebbero impallidire i pezzi migliori di tutti gli altri album. Sono sicuro che abbiate capito benissimo a quali pezzi mi riferisco senza nemmeno nominarli.

Il lato dolce, quello violento, quello epico, quello incalzante, quello riflessivo; pezzi brevi e diretti alternati ad altri lunghi e intricati. Meravigliosi contributi di tutti i membri del gruppo, con Dave Murray a firmare un altro capolavoro in The Prophecy (l’uomo dalla paresi sorridente scrive poco, ma difficilmente sbaglia), Smith che prosegue la grande bolla creativa di Somewhere in Time, Dickinson che torna a partorire meraviglie, Nicko che continua ad altissimi livelli e lo zio Steve che non sbaglia un colpo.

Nessuna parola sarà mai adeguata per descrivere cotanta magnificenza. Non siamo degni.

Luca Di Maio

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