Steven Wilson è rimasto uno dei pochi veri artisti nel mondo della musica. Parlando di musicisti affermatesi a partire dagli anni novanta penso si possano contare sulle dita di una mano.

La sua carriera respira in uno spettro di generi musicali pressoché infinito. Debutta a inizio anni novanta con il progetto solista Porcupine Tree e con il duo No-Man assieme a Tim Bowness. Il primo comincia a cavallo tra psichedelia, rock progressivo e krautrock, il secondo parte invece da un pop elettronico romantico anticipatore dell’house music degli anni duemila.

I suddetti progetti si evolveranno mutando innumerevoli volte: i Porcupine Tree diventeranno una sorta di gruppo che passerà anche dal metal, mentre No-Man spazierà in lungo e in largo nel mondo dell’elettronica. A questi si affiancheranno altre fatiche come Blackfield (Art Pop/Rock in collaborazione con il cantautore israeliano Aviv Geffen), I.E.M. (Incredible Expanding Mindfuck, un progetto solista influenzato dal krautrock degli anni 60/70), Bass Communion (altra avventura solista di elettronica drone minimalista) e Storm Corrosion (duo sperimentale con Mikael Akerfeldt degli Opeth).

A partire dal 2008 si presenta finalmente con il suo nome e cognome capitalizzando su tutte le sperimentazioni delle decadi precedenti riuscendo allo stesso tempo a continuare il suo mutamento continuo. Nel 2021 è uscito il suo ultimo lavoro The Future Bites, di cui ho già ampiamente parlato, e quale migliore occasione per ragionare su una valutazione completa della sua discografia?

Completa, ma non troppo. Ho scelto deliberatamente di inserire in classifica solo gli album usciti come Porcupine Tree e come Steven Wilson in quanto trovo che costituiscano un continuum ininterrotto della sua visione. Le collaborazioni sono invece visioni condivise con altri artisti, mentre gli altri progetti risultano troppo verticali per essere messi a confronto con una produzione più canonica.

I Porcupine Tree per quanto mi riguarda non sono mai stati un vero gruppo. I primi due dischi e mezzo sono sostanzialmente dei lavori solisti, poi il progetto ha preso sempre più le sembianze di un gruppo, rimanendo però a totale trazione Wilson. I pezzi scritti in collaborazione con gli altri membri sono pochissimi e trovo che il valore di dischi come In Absentia, Stupid Dream o Fear of a Blank Planet non sarebbe cambiato in maniera sostanziale con un batterista o un bassista diverso. Richard Barbieri ai synth rimane invece un elemento decisamente più importante che posso immaginare abbia fatto la differenza su più di un arrangiamento, ma non saprei dire se sia stato realmente indispensabile. Lo so, Gavin Harrison è uno dei migliori batteristi viventi, ma pensate seriamente che sarebbero stati dischi sostanzialmente diversi con Marco Minnemann o qualche altro mostro dietro le pelli?

Di conseguenza il suo passaggio alla carriera solista non ha determinato un mutamento sonoro diverso da quello che sarebbe avvenuto anche come Porcupine Tree. Anzi, in un certo senso lo ha liberato dai vincoli imposti dal concetto di “gruppo rock”; lasciandolo libero di sperimentare a briglie sciolte producendo lavori spesso controversi che sfuggono a qualsiasi categorizzazione.

Esattamente. Forse per capire Steven Wilson bisogna pensare a David Bowie. Qualcuno che non è mai sceso a compromessi, che ha continuamente cambiato le carte in tavola, che ha sempre sfidato i propri fan, che talvolta ha sbagliato, ma che è sempre risorto. Arrivando a chiudere la sua carriera, e la sua vita, con uno dei dischi più belli di sempre. Fortunatamente Steven Wilson non è ancora a questo punto, e considerando i suoi neanche 54 anni speriamo che ci arrivi tra tante decadi, ma ritengo che sia sulla buona strada per farlo. Purtroppo lo farà senza la popolarità di Bowie, ma questo è il prezzo da pagare per non voler scendere a compromessi ai giorni nostri. Gli anni sessanta e gli anni settanta premiavano molto di più chi pensava fuori dagli schemi.

La grande premessa per stilare una classifica è che tutto è soggettivo. Non date retta a che vi vende delle verità ineluttabili. La prova è che presi mille fan di Steven Wilson, sarà estremamente difficile trovare due classifiche uguali. All’interno del mondo della soggettività il criterio che ho utilizzato è stato quello del capolavoro. Per me un capolavoro è un disco senza pezzi deboli; i cosiddetti filler, o riempitivi. Meno filler ci sono, più in alto sarà in classifica. In più, considerando quanto detto sopra, ho premiato il coraggio e l’innovazione, penalizzando leggermente quei pochi dischi meno coraggiosi che il nostro genio ha deciso di produrre nella sua carriera.

Non ho incluso album dal vivo (magari farò una classifica apposita in futuro), EP, mini-album, edizioni limitate, collezioni o altre edizioni particolari. Ne esistono un’infinità, alcuni di assoluta qualità (Recordings, Nil Recurring, 4 ½ e una montagna di b-sides), ma non avrebbe senso metterli a confronto con un vero album in studio.

Cominciamo.

16. Up the Downstair (1993)

Il secondo album uscito a nome Porcupine Tree, ma di fatto ancora un progetto solista di Wilson, è una versione meno ispirata del disco di debutto. In realtà le canzoni di qualità ci sono e risplenderanno di luce propria sul meraviglioso live Coma Divine, ma queste registrazioni in studio con batteria sintetica stentano a emozionarmi. Le gemme che saranno Always Never e Not Beautiful Anymore si riescono a scorgere, ma annegano un po’ nella frettolosa produzione. Le coordinate stilistiche sono abbastanza in linea con quelle di On the Sunday of Life: a cavallo tra rimandi pinkfloydiani sia progressive che psichedelici, con però un marcato allontanamento dal mondo del krautrock. Un disco di transizione.

15. The Incident (2009)

Saltiamo avanti di ben sedici anni fino all’ultimo album come Porcupine Tree. L’anno precedente Steven Wilson aveva finalmente deciso di metterci il nome producendo quella gemma sperimentale di Insurgentes che troveremo molto più in alto in classifica. The Incident è invece il compitino. Il concetto di gruppo rock cominciava a stagli stretto, quello di gruppo Progressive Metal gli toglieva evidentemente l’aria.

Il sound ha subito un ammorbidimento rispetto a Fear of Black Planet, ma rimane all’interno delle coordinate fissate con In Absentia. Il concept raccontato in modo molto lasco nei primi 55 minuti dell’album non è una vera narrativa e si sente, con le brevi tracce di connessione spesso a rompere il ritmo.

Poi c’è Time Flies. Il pezzo autobiografico è una perla rara che per certi versi lascia presagire tutto quello che sarebbe successo di lì a poco. Il tempo vola, più invecchiamo e più passa velocemente, troppo velocemente per rimanere sempre fermi nello stesso posto. Così Wilson decide di provare a correre più forte del tempo stesso.

14. Grace for Drowning (2011)

Il secondo disco solista, uscito solo due anni dopo The Incident, non lo risolleva come si poteva sperare. Le sperimentazioni di Insurgentes vengono quasi totalmente accantonate, mentre viene mantenuta una buona parte di quanto fatto degli ultimi anni dei Porcupine Tree. Il risultato è un rarissimo doppio album di Progressive Jazz/Metal, o qualcosa di simile.

Sulla carta suona estremamente interessante ed è in linea con il Wilson-pensiero del non ripetersi cercando sempre di sorprendere, ma purtroppo trovo che il risultato sia piuttosto confuso.

Il suo essere un doppio album lo rende estremamente pesante sebbene non ci siano pezzi necessariamente deboli o sbagliati. Lo trovo ridondante e i 23 minuti di Raider II sono l’esemplificazione di questa ridondanza estrema. Al suo interno sono presenti comunque alcune gemme come Deform to form a Star, Index, Postcard e Track One che riescono a rimanere abbastanza essenziali riuscendo a convincere di più.

In generale sembra avere l’apparenza di una mossa coraggiosa, ma percepisco un Wilson che non si libera ancora del fardello metallico (se avete sbriciato più avanti, avrete ben chiaro che non lo ritengo un problema in sé, ma lo diventa quanto è forzato).

13. On the Sunday of Life… (1992)

I pezzi che vanno a comporre il debutto del progetto Porcupine Tree sono stati per la maggior parte composti tra il 1988 e il 1990 ed è in quest’ottica che vanno analizzati. Il neo-prog aveva da qualche anno iniziato a diffondersi cercando di copiare nel migliore dei modi i maestri degli anni settanta, i Pink Floyd senza Waters avevano da poco pubblicato il controverso A Momentary Lapse of Reason, i King Crimson erano nel bel mezzo della loro seconda lunga pausa e il krautrock era solo un lontano ricordo.

In questo clima il giovane Wilson ha voluto distinguersi rimanendo deliberatamente fuori dal calderone neo-prog, nonostante un chitarrismo squisitamente Gilmouriano (“tra Fripp e Gilmour la mia tecnica limitata mi ha fatto per forza di cose seguire le orme del secondo” dirà Steven in uno dei suoi tanti slanci di falsa modestia), recuperando la psichedelia e la kosmische musik tedesca riuscendo a ottenere qualcosa di ancora derivativo, ma assolutamente interessante.

On the Sunday of Life è bello proprio nella sua ingenuità, nel suo essere una compilazione di demo semi-amatoriali, e anche nel suo coraggio di andare a proporre qualcosa di assolutamente fuori dal tempo in un momento in cui si stava passando dagli eccessi colorati degli anni ottanta, a quelli a tinte grigie dei novanta.

Jupiter Island è l’anima kraut, Radioactive Toy e It Will Rain for a Million Years sono quella Floyd e Nine Cats quella pop (che in quel momento già sfogava con No-Man assieme a Tim Bowness). Tutte le altre canzoni proseguono su questi binari, e lasciano già presagire che potremmo essere al cospetto di qualcuno dal futuro straordinario.

12. The Future Bites (2021)

Saltiamo avanti quasi trent’anni a meno di due settimane fa. Come vedete non esiste una logica cronologica nella qualità degli album di Steven Wilson. Non abbiamo né il peggioramento continuo molto comune nel mainstream, né il miglioramento continuo, assurda utopia che non ho mai riscontrato in nessun artista.

Si può leggere la mia recensione completa di The Future Bites, ma riassumendo per la classifica posso dire che si tratta sicuramente di un disco di rottura. È figlio delle sue recenti infatuazioni per elettronica, minimalismo, wave e post-punk; influenze che ha sempre avuto, ma che da tutte le sue interviste si percepiscono essere prominenti da quasi un lustro.

È un disco prodotto benissimo e con alcuni pezzi meravigliosi (il trip-hop di King Ghost, la semplicità orecchiabile di 12 Things I Forgot, il synth-pop oscuro di Personal Shopper e l’elettronica minimal cristallina di Man of the People e Count of Unease). Purtroppo allo stesso tempo conta almeno tre pezzi, quelli più ritmati debitori alla wave, che risultano fuori posto e poco ispirati.

Essendo uscito giusto due settimane fa, la mia valutazione potrebbe anche mutare radicalmente, tuttavia per ora lo considero solamente un buon disco, nulla di più.

11. Deadwing (2005)

Da qui in avanti iniziano tante scelte difficili e assolutamente arbitrarie. Il secondo disco del periodo metal trovo che non regga il confronto né con chi lo ha preceduto, né con chi lo seguirà, pur rimanendo un lavoro di tutto rispetto.

La presenza di Arriving Somewhere But Not Here dovrebbe già proiettarlo in orbita, ma unita a quella di altri pezzi belli, ma non strepitosi, non riesce a farlo decollare. Gli mancano sia l’esuberanza e il tiro di In Absentia, che gli splendidi soundscape di Fear of A Blank Planet e rimane appunto a metà del guado.

Alcuni giudizi possono suonare estremamente negativi, ma è solamente questione di aspettative. Da Steven Wilson ci si aspetta sempre il massimo e quando arriva qualcosa di solamente buono, o anche ottimo, è spesso una delusione. Se qualsiasi altro gruppo Progressive Metal avesse tirato fuori Deadwing saremmo probabilmente ancora qui a parlarne stupefatti.

10. Lightbulb Sun (2000)

Lightbulb Sun è un grandissimo album. Il secondo del suo primo capitolo più pop mantiene in parte quanto fatto solo un anno prima con Stupid Dream e allo stesso tempo riesce ad andare sia un po’ avanti (Hatesong è forse il suo primo pezzo metal) che un po’ indietro (Russia on Ice lo riporta alla psichedelia degli inizi).

Contiene forse qualche riempitivo di troppo per essere considerato un capolavoro, ma canzoni come le due già citate, Shesmovedon e Feel so Low sono tra le migliori della sua discografia. Rispetto a Stupid Dream i pezzi più pop sono meno incisivi e un po’ più banalotti (suonano quasi come degli scarti del precedente), mentre la parte sperimentale è assolutamente di prim’ordine e funge da ottimo ponte tra la prima e la seconda incarnazione del gruppo.

9. Signify (1996)

I dischi di transizione sono sempre estremamente interessanti anche se spesso presentano dei problemi di organicità, infatti sotto questo profilo Signify non è molto diverso da Lightbulb Sun.

Qui la transizione avviene tra la fase psichedelica magistralmente chiusa con The Sky Moves Sideways e quella pop che verrà aperta da Stupid Dream. Il risultato è un album un po’ confuso che però presenta alcune canzoni assolutamente strepitose.

Sleep of No Dreaming, Waiting Phase 1-2 e Dark Matter potrebbero occupare un posto in un ideale Greatest Hits della carriera di Steven Wilson. Riescono tutte e tre a camminare quella sottile linea tra astrazione e accessibilità che le rende difficilmente definibili. Una sorta di Space Progressive Rock se vogliamo, ma con una sensibilità decisamente pop.

Purtroppo trovo che il gran numero di pezzi strumentali inclusi ne peggiori la resa complessiva in quanto si distanziano un po’ troppo dalle altre composizioni. Comunque un disco fondamentale.

8. The Sky Moves Sideways (1995)

Siamo quasi in zona capolavoro. The Sky Moves Sideways rappresenta il climax della fase psichedelico-progressive di Wilson. Sostanzialmente scritto quando Porcupine Tree era ancora un progetto solista, con due pezzi registrati da Wilson in solitaria, è noto come il lavoro più pinkfloydiano del gruppo. Vero, ma con dei distinguo importanti.

La struttura simile a quella di Wish You Were Here guida inevitabilmente questa visione, e solisticamente siamo di fronte al Wilson più Gilmouriano di sempre, ma allo stesso tempo gli elementi psichedelici e di improvvisazione presenti nella lunghissima titletrack e in Moonloop non consentono di dimenticare la forte impronta krautrock nel suono dei primi Porcupine Tree. I Tangerine Dream sono il primo riferimento che viene in mente ascoltando queste suggestioni ipnotiche.

Finalmente anche i pezzi brevi diventano più incisivi: Dislocated Day porta in dote scale mediorientali, mentre The Moon Touches Your Shoulder è suadente quanto inquietante.

La chiusura perfetta per questa prima fase di carriera.

7. Stupid Dream (1999)

Stupid Dream è un disco fondamentale per la formazione musicale di Steven Wilson. I semi del pop erano già stati adagiati nel terreno con Signify, ma sono sbocciati definitivamente tre anni dopo. Senza Stupid Dream non avremmo In Absentia, non avremmo Hand. Cannot. Erase., non avremmo To The Bone.

Infatti la forma canzone entra prepotentemente nello stile compositivo di Wilson e, solamente quattro anni dopo l’opulento The Sky Moves Sideways, ci troviamo di fronte a un disco dai pezzi essenziali di tre, quattro, cinque minuti. Orecchiabilissimi e riuscitissimi.

Non mancano avventure più elaborate come il capolavoro Don’t Hate Me, impreziosito dal sax e dal flauto del bravissimo Theo Travis, o la psichedelica Tinto Brass, ma questa volta riescono a essere complementari ai pezzi più immediati, non viceversa.

Piano Lesson è semplicemente una meravigliosa canzone Art Pop/Rock che scritta dagli U2 avrebbe potuto godere di ben altra risonanza. Così come tutte le altre. Se vogliamo fare i pignoli avrei forse tolto un paio di pezzi per renderlo ancora più incisivo, ma questo è proprio fare le pulci.

6. To the Bone (2017)

To The Bone è stato un disco estremamente controverso per i fan di Steven Wilson. Per l’ennesima volta nella sua carriera ha voluto cambiare le carte in tavola, e chi si aspettava un diretto successo di The Raven That Refused to Sing e Hand. Cannot. Erase. ne è rimasto profondamente deluso.

In realtà si tratta di un lavoro incantevole; un pastiche che va da un rock/pop mainstream, passa per il trip hop, fa una capatina nel art rock più ricercato, svolta verso le disco music e il pop ottantiano e fa anche una fermata in zona jazz/rock. È principalmente un omaggio agli anni ottanta in tutte le loro forme con alcune concessioni alla modernità; e riesce a esserlo con tutta l’onestà e l’amore che un artista come Steven Wilson riesce a dare.

Nowhere Now e Pariah sembrano mainstream, ma lo sono quanto una Heroes. Permanating ricorda gli Abba alle prese con la discomusic, The Same Asylum as Before è un Prince politicamente impegnato, Detonation è jazz, People Who Eat Darkness flirta con il rock inglese di inizio millennio. Semplicemente una meraviglia.

5. In Absentia (2002)

Steven Wilson ritiene che In Absentia sia il miglior album uscito a nome Porcupine Tree, così come una buonissima fetta di suoi fan; e come vedete mi trovano quasi d’accordo.

Dico quasi perché se devo trovare un difetto a In Absentia che non trovo in Fear of a Blank Planet è la lunghezza. I suoi quasi settanta minuti distribuiti su 12 canzoni lo rendono eccessivamente dispersivo e poco focalizzato, ma allo stesso tempo i pezzi sono quasi tutti strepitosi.

L’ho sempre pensato come il figlio diretto della sua collaborazione con Mikael Akerfeldt degli Opeth, chiaramente colpevole di aver stuzzicato in Wilson questa sfrenata voglia di metallo. Wikipedia aggiunge una nota interessante relativa a Blackfield: infatti proprio grazie all’inizio dell’avventura con Aviv Geffen, Wilson ha potuto sfogare la sua voglia di pop/rock altrove, lasciando ai Porcupine Tree solo il metal e il progressive. Tutto vero. Poi c’è l’ingresso di Gavin Harrison al posto di Chris Maitland alla batteria, ma il disco era già scritto, quindi come dicevo nella premessa, poco sarebbe cambiato.

Il punto è che i pezzi spaccano. Blackest Eyes è il miglior pezzo Pop Metal della storia, sempre che esista una storia del Pop Metal. Trains e soprattutto Collapse The Light into Earth sono due ballate meravigliose. The Sound of Muzak ha un ritornello contagiosissimo che fa ancora più sorridere nel suo meta-discorso. Strip the Soul è forse il loro pezzo più oscuro, mentre Heartattack in a Layby è il più massacrante emotivamente. Capolavoro, e pensate che siamo solo al quinto posto.

4. The Raven That Refused to Sing (And Other Stories) (2013)

The Raven That Refused to Sing è spesso descritto come un omaggio al progressive settantiano inglese, anche da Wilson stesso, ma io sono d’accordo fino a un certo punto. È indubbiamente il suo disco che più paga debito a quel movimento (diamine se il flauto di Theo Travis in Luminol non sembra Ian Anderson!), ma allo stesso tempo riesce a fonderlo a una componente ritmica metal figlia degli Opeth che lo trasforma in una sorta di Progressive Metal Settantiano. Quello che avrebbero dovuto fare gli Opeth a partire da Heritage, ma che ancora non sono riusciti a ottenere.

Basta ascoltare The Holy Drinker per capire cosa intendo. Poi ci sono tutte le altre. Chi sono io per descrivere Drive Home e The Raven That Refused to Sing? Guardatevi i video animati di Jess Cope per capire di cosa si sta parlando. Se To The Bone è una sorta di arlecchino di influenze, Raven riesce invece a fonderle in modo completamente trasparente. Abbiamo dei soli shoegaze, dei momenti quasi post-rock, altri metal, altri ancora settantiani.

Si tratta anche del primo di due dischi con una sorta di band vera e propria. E che band! Adam Holzman all’armamentario tastieristico può dire di aver accompagnato anche Miles Davies, Marco Minnemann è uno dei migliori batteristi di questa generazione, Guthrie Govan è il miglior chitarrista di questa generazione, Nick Beggs forse il miglior bassista e Theo Travis un maestro dei fiati. Si parla del meglio del meglio nell’universo elettrico e non solo.

Immagino che potrebbe anche essere al primo posto.

3. Insurgentes (2008)

Insurgentes è una bestia strana. Se lo avete ascoltato poche volte o con poca attenzione non capirete perché occupa il terzo gradino del podio. E forse non lo capirete lo stesso in quanto si tratta di gran lunga del lavoro più sperimentale della carriera di Steven Wilson.

Uscito solamente un anno dopo Fear of Blank Planet, è il primo disco che porta il suo nome e cognome, e contiene tutto quello che non aveva trovato posto nei Porcupine Tree durante la decade che lo precede.

È impossibile categorizzarlo senza listare una serie quasi interminabile di influenze: dal post-punk allo shoegaze, dal post rock alla noise, dalla drone all’ambient. È il primo lavoro popolare a utilizzare massivamente quanto Wilson aveva sviluppato nel suo progetto Bass Communion, ed è anche il primo a integrare influenze ottantiane alternative.

Salvaging suona come se i Joy Division tornassero a comporre musica negli anni 2000, Harmony Korine fa lo stesso con lo shoegaze di Slowdive e My Bloody Valentine, Abandoner è forse il suo miglior pezzo puramente elettronico, Get All You Deserve unisce sensibilità progressiva a rumorismi noise, e via via tutte le altre.

Difficile fare meglio parlando di sperimentazioni.

2. Fear of a Blank Planet (2007)

Fear of a Blank Planet è quello che considero il vero canto del cigno dell’incarnazione Porcupine Tree. In particolare la coppia Wilson / Barbieri è riuscita nell’impensabile: produrre un disco sostanzialmente progressive metal, ma con paesaggi sonori elettronico-tastieristici appartenenti a universi normalmente non conciliabili con il mondo del metallo pesante.

Siamo a cinquanta minuti su 6 canzoni. La perfezione. La titletrack attacca, My Ashes smorza claustrofobicamente, Anesthetize è la miglior “suite” della storia dai tempi di Dogs (e mi spingerei anche più indietro), Sentimental smorza di nuovo, ma non mi sogno di chiamarla ballata, Way Out of Here è ansia metallica, mentre Sleep Together chiude in attacco, sfrenato.

Descrizione inadeguata. Solo su Anesthetize si potrebbe scrivere un libro. Metal con ritornelli pop, impreziosito da un assolo di Alex Lifeson e dalla furia controllata di Gavin Harrison. Se poi prendiamo in mano il disco dal vivo Anesthetize possiamo tranquillamente chiudere tutto e andare a casa. John Wesley voce solista in alcuni passaggi, il ritornello di Way Out of Here su tutti, e il suono ancora più quadrato.

I testi tanto criticati possono suonare ingenui, ma rappresentano con un’accuratezza sorprendente la mente di un ragazzino di undici anni tutto Ipod e videogiochi. L’alienazione, la claustrofobia, l’ansia, la voglia di vivere e quella di scomparire, vengono tutte trasmesse con un realismo disarmante. Il disco è meraviglioso, ma non è un’esperienza piacevole. E forse questo è il suo maggior pregio.

1. Hand. Cannot. Erase. (2015)

Nel 2015 i pianeti dovevano essere allineati particolarmente bene in quanto Hand. Cannot. Erase. riesce a distillare tutto quello che si potrebbe chiedere a un disco di Steven Wilson.

Gli elementi: musica elettronica, pop orecchiabile, progressive rock, progressive metal, la voce di Ninet Tayeb, gli assoli di Guthrie Govan, la batteria di Marco Minnemann, un concept affascinante e ovviamente un Wilson ispirato come non mai.

Scegliere l’elettronica lounge di Perfect Life come singolo apripista è un messaggio chiaro: non sono qui per far piacere ai miei fan, sono qui per scrivere la musica che mi piace. E il disco è tutto così. Il pop/rock della titletrack viene dopo un curioso pezzo progressive pop di dieci minuti come 3 Years Older, posto addirittura in apertura. Poi troviamo alcune canzoni apparentemente più canoniche come Home Invasion, Routine e Ancestral, ma che a ogni ascolto si rivelano per essere sempre di più.

In particolare Ancestral potrebbe essere una delle cose migliori prodotte nel ventunesimo secolo. Il suo inizio elettronico con la suadente voce di Wilson in primo piano, il suo incedere lento, ma deciso; un crescendo di emozioni e di angoscia che culmina nella sezione strumentale conclusiva in piena furia ritmica metallico progressiva.

E Routine? Il video in stop motion di Jess Cope è un compendio quasi inscindibile dalla composizione. L’interpretazione di Ninet Tayeb è straziante, gli assoli, il dramma, la melodia. È davvero difficile descrivere cotanta magnificenza.

Riuscirà mai a fare di meglio? Riuscirà a spingersi sempre più avanti? Riuscirà a continuare a giocare con il suo eclettismo musicale creando capolavori sempre più imprevedibili? Io penso di sì, e non vedo l’ora che questo avvenga.

Luca Di Maio

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