Ascolto gli Anathema dalla fine degli anni novanta, da quando qualcuno mi passò Alternative 4; un disco che non doveva piacermi, ma che mi folgorò in un attimo. Al tempo mi affacciavo al massimo sul Gothic Metal più ruffiano, mentre il lavoro dell’ormai ex gruppo doom inglese era intriso di progressive, post-punk e una malinconia molto più complessa rispetto a quella a cui ero abituato fino a quel momento. Poi come succedeva spesso al tempo, non ascoltai sempre tutti i loro dischi, distratto dai limiti di quello che potevo comprare e da tutto il nuovo che finivo per scoprire. Li ho ripresi dopo il ritorno sulle scene con We Are Here Because We Are Here grazie al mio amore per il rock progressivo sbocciato in quegli anni. La loro musica era rimasta incantevole, e nonostante una leggera omologazione, presentava sempre una certa progressione (il canto del cigno è il quasi post-rock di Springfield).
Poi si sono sciolti, poi online si allude a fattacci mai confermati, poi Danny Cavanagh (il chitarrista Gilmouriano e seconda voce) forma i Weather Systems, ci mette anni a sfornare un disco (buono, non eccezionale) e va in tour per promuoverlo assieme a un best of degli Anathema. E in tutto il mio tira e molla con loro non ero mai riuscito a vederli dal vivo, e allora vado da Danny. Anche se la formazione è minimale con la sua voce e chitarra, basso, batteria e voce femminile. Solo Daniel Cardoso rimane dagli Anathema. E anche se musicalmente e vocalmente non sono stati niente di speciale.
È stato tutto magnifico.
Deep (in apertura), Closer, Flying, Fragile Dreams (in chiusura), Springfiled, A Simple Mistake. Una lacrima dopo l’altra. Ma i momenti in cui il mio cuore è esploso sono stati One Last Goodbye e le due Untouchables. Sulla prima mi guardavo attorno e vedevo questi omoni, metallari ormai stagionati, urlare con tutta la voce che avevano in corpo, gli occhi lucidi e ricordare un loro lutto, una loro fonte di disperazione. Sulle Untouchables l’emozione ha trasceso i corpi e gli eventi creando uno di quei momenti di comunione tra pubblico e artista che raramente mi capita di vedere. Eravamo tutti davvero lì, nell’attimo. E ho amato ogni secondo.