Per l’articolo di oggi ho deciso di estremizzare al massimo il concetto di monografia riducendolo al livello di canzone. Ho preso la meravigliosa While My Guitar Gently Weeps dei Beatles con il banalissimo obiettivo di raccontarvela. Lo farò in parte copiando dalla buona vecchia Wikipedia, ma principalmente cercherò di far parlare la canzone stessa grazie a diciannove diverse versioni provenienti da nove paesi, quattro continenti e afferenti a molteplici generi.

Premetto che non sono un vero cultore dei quattro di Liverpool, ma ne riconosco l’incalcolabile importanza all’interno della storia della musica mondiale. E poi c’è While My Guitar Gently Weeps, che non esito a definire uno dei pezzi più belli, meglio scritti, meglio prodotti e meglio eseguiti della storia della musica. George Harrison partì da un arrangiamento folk per sola chitarra e con l’aiuto degli altri tre ragazzi, e di un certo Eric Clapton, riuscì a creare un vero capolavoro che rappresenta uno dei momenti più concettualmente hard rock dell’intera storia dei Beatles.

Il testo è pura poesia. Si appoggia evidentemente sull’esperienza di Harrison nella meditazione trascendentale in India, ma è intriso di una malinconia tipicamente occidentale. L’assolo di Clapton, voluto con insistenza da Harrison, è forse il primo esempio di musica da lui scritta pensando a Pattie Boyd. Pattie è la Layla del progetto Derek and the Dominos, all’epoca moglie di Harrison della quale Clapton era follemente innamorato; la sposerà undici anni dopo.

Che sia o meno suonato pensando a lei, è un assolo struggente, una perfetta chiosa alla rassegnazione per la condizione umana espressa dal testo. Una vera chitarra che piange dolcemente.

La popolarità della canzone esplode negli anni settanta e si incastona rapidamente nella storia della musica. Arriva così a fondo da generare un innumerevole quantitativo di reinterpretazioni. Si tratta di un pezzo scritto con così tanta maestria, ma formalmente piuttosto semplice, le cui versioni vanno dalla fedelissima riproduzione fino al duo solo voce e contrabbasso.

Nella cassetta allegata andiamo con ordine partendo dall’originale, passando dal minimalismo di cui sopra, a versioni strumentali di ukulele, shamisen, chitarra flamenco, piano classico e piano jazz. Poi Bossa Nova, jazz lounge, rock latino, rock classico, metal neoclassico e anche nu-metal. Il minimo comune denominatore di tutte queste versioni è la malinconia. A volte si esprime come rassegnazione, altre volte come un urlo disperato, ma è sempre forte e arriva al cuore.

Non voglio parlare di tutte perché vi annoierei, mi limito alle mie preferite. Molte già le conoscevo prima di scrivere questo articolo, altre le ho scovate facendo un po’ di ricerca: la scoperta più inaspettata è stata sicuramente Musica Nuda. Si tratta di un duo tutto italiano composto dalla cantante Petra Magoni e dal contrabbassista Ferruccio Spinetti; la voce di Petra è meravigliosa ed è accompagnata da una tecnica sopraffina, While My Guitar Gently Weeps non ha mai pianto così dolcemente. È minimalista, suadente e commovente. Scrivere questi articoli a volte porta regali inattesi.

Delle versioni solo strumentali merita un ascolto quella degli Yoshida Borthers, un altro duo, questa volta dediti allo strumento giapponese denominato shamisen. Le atmosfere diventano istantaneamente orientali e la rendono l’interpretazione meno malinconica del lotto. Un certo Rick Wakeman (leggendario tastierista degli Yes, per i meno avvezzi al mondo del rock progressivo) propone un trattamento di piano classico che contrasta piuttosto bene con quello jazz del nostro Danilo Rea. L’ultimo dei tre italiani presenti è il produttore Giacomo Bondi che ha l’idea di prendere una versione registrata dalla cover band dei Beatles Apple Pie e giocarci inserendo effetti e sovra incisioni; di fatto proponendo una produzione completamente diversa del pezzo strizzando l’occhio al lounge jazz.

Segue una serie di interpretazioni rock relativamente vicine a quella originale, con un sorprendente Santana che spicca grazie al violoncellista Yo-Yo-Ma (lui, quello della meme del godimento estremo) e della cantante India.Arie. Il chitarrista messicano esce dalla sua zona di confort e propone un arrangiamento intimista e suadente con pochissimi tocchi latini. Le altre sono esercizi di stile sulla falsariga dell’arrangiamento dei Beatles che si differenziano principalmente nell’assolo. Quella di Peter Frampton trovo che abbia una marcia in più, ma sono tutte valide. Impossibile non menzionare anche Clapton stesso al concerto tributo dopo la morte di Harrison. Una che non è su Spotify e merita di essere sia vista che ascoltata vede un sottovalutatissimo chitarrista di nome Prince alle prese con l’assolo.

Andiamo avanti con un Yngwie Malmsteen piuttosto contenuto, come per Santana è evidente il rispetto assoluto per la canzone, nemmeno uno come lo Svedese ha il coraggio di esagerare e decide di rimanere saldamente con i piedi per terra. Chi esagera invece sono i nu-metaller Californiani Spineshank che nel ’98 decisero di registrarne una urlante versione metal nel loro album di debutto Strictly Diesel. Ironicamente, alla tenera età di 15 anni, fu la mia prima esperienza con While My Guitar Gently Weeps, e che esperienza! Sono di fatto quasi dei precursori del nu-metal, molto influenzati dai Fear Factory e dai Deftones. La loro reinterpretazione è sicuramente quella più straziata e disperata, da giovanissimi latini in California urlavano la loro ribellione contro il sistema invece di sussurrare il dispiacere per l’umanità come faceva Harrison. Il risultato è molto impegnativo per chi non è avvezzo al genere, ma sempre di pregevolissima fattura e con grande rispetto per l’originale.

Chiudiamo tornando alle origini, ovvero al primo demo registrato da Harrison con voce, chitarra acustica e organo, e capiamo che è tutto qui. Quando le emozioni e la tecnica vengono canalizzate nella giusta direzione si riescono a creare capolavori immortali così semplicemente da rimanerne sconvolti. Le cover sono servite ad aprire la mente verso nuovi generi, nuovi artisti e nuovi mondi, ma soprattutto a capire e apprezzare ancora di più un capolavoro che per rimanere nella storia non aveva bisogno di nulla, se non del genio e delle emozioni di un grande artista.

Luca Di Maio

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