Sono quasi sconvolto nel dichiarare che fino a poche settimane fa non ero nemmeno a conoscenza dell’esistenza di Zeal & Ardor. La rivelazione è giunta durante una delle mie scrollate compulsive su Instagram quando mi sono soffermato su un post di uno dei tanti appassionati di musica che seguo. Aveva in mano questo disco dalla copertina curiosa: sfondo bianco, due mani nere invertite. E basta. Penso di essermi fermato perché ho trovato la copertina dissonante rispetto al personaggio che la presentava, di solito intenta a promuovere dischi classicamente rock e metal. E la descrizione “Top 2022”.

Me lo salvo su Spotify. Vado nella bio e sono subito scettico vedendo fin troppi riferimenti al black metal. Ma ci penso. Passano una settimana o due e mi decido a farlo partire. Avanti tre canzoni: cerco la mia mascella sul pavimento.

Zeal & Ardor è un progetto del polistrumentista svizzero Manuel Gagneux. Il disco eponimo di cui sopra è però il suo terzo album, uscito a quattro anni di distanza dal full-length precedente. Mi sono trovato di fronte a qualcosa che sfugge ogni definizione. Soul, spiritual, black metal, blues, post-rock, nu-metal. Un calderone di generi all’apparenza impossibile da far funzionare, ma che il buon Manuel padroneggia con una classe quasi incomprensibile.

Dopo aver cercato la mia mascella per i quasi quaranta minuti rimanenti, sono andato indietro ad ascoltare i dischi precedenti. E a quel punto lo sconvolgimento per questa mia grave mancanza si è fatto soverchiante. Entrambi dischi pazzeschi, ma che, semplificando molto, erano “solamente” una perfetta fusione di spiritual e black metal. Sì, spiritual e black metal. Mentre il disco eponimo, già dal titolo, segna un nuovo punto zero andando a trascendere quella che poteva diventare una ripetizione della difficilissima equazione ormai risolta.

Con il nuovo album le coordinate non esistono. Esiste solo la classe. Anche descrivere le singole canzoni trovo che sia un esercizio futile e quasi offensivo per la grande completezza dell’opera. Il signor Gagneux sfoggia una voce pulita pienissima meravigliosamente soul, che solo quando strettamente necessario diventa qualcosa tra lo scream e il growl. Musicalmente non troviamo solo i riff oscuri e gli immancabili blast beat, anch’essi comunque ridotti allo stretto indispensabile; troviamo anche momenti dilatati tra il blackgaze e il post-rock, alternati a passaggi squisitamente blues e altri gioiosamente spiritual.

Se leggessi questo ultimo paragrafo sarei estremamente curioso, ma con il concreto timore di trovarmi di fronte a qualcosa di eccessivamente caotico. Dimenticate questa paura. Nonostante gli elementi apparentemente incompatibili, le canzoni risultano assolutamente organiche; e per quanto le sfuriate black metal si presentino spesso in modo imprevedibile, non stonano mai. Già al secondo ascolto risulta evidente che sia stata scelta la soluzione migliore possibile, non importa quanto folle ed estrema.

Rispetto ai primi due album c’è l’importante integrazione di un sound metal più moderno debitore al nu-metal, o comunque all’universo alternativo anni duemila. È forse questo il vero fattore differenziante che trasforma un meraviglioso simil mash-up in qualcosa di completamente nuovo e originale. Con questo non voglio sminuire i primi due album di Zeal & Ardor, che consiglio vivamente a tutti, ma trovo che i quattro anni di attesa abbiano prodotto un salto quantico in grado di produrre un risultato quasi alieno.

In una nota assolutamente personale, il sottoscritto non ha mai ben digerito il black metal, ultimamente fa molta fatica con le vocalità estreme e, onestamente, non ama particolarmente nemmeno lo spiritual. Ma questo a Zeal & Ardor non interessa ed è riuscito comunque a partorire un lavoro che al momento si contende la palma di disco dell’anno con i Black Country, New Road. Questo 2022 continua a piacermi sempre di più.

Luca Di Maio

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