Sono mesi che voglio scrivere qualcosa sugli Zen Circus, ormai li seguo da anni, mi sono entrati nel cuore e, come sapete, noi MangiaCassette amiamo sempre raccontarvi le emozioni che ci trasmettono gli artisti con la loro musica. Il problema è che non sapevo proprio da dove partire, come strutturare l’articolo e il mio pensiero.

Ora ho le idee ben chiare, vado con decisione, dritto al punto: tutto parte dalla mia preoccupazione riguardo la loro partecipazione al Festival di Sanremo. Avrei digerito mal volentieri un loro cambiamento radicale, ma gli Zen Circus sono stati un esempio assoluto di coerenza e integrità, quella che ci si dovrebbe sempre aspettare da tutti gli artisti, soprattutto se appartenenti alla scena indipendente.

Ammettiamolo, a parte le classiche critiche esagerate che vanno molto di moda (venduti, schiavi del sistema, eccetera), se c’è una cosa che dà fastidio a tutti, è vedere una rivoluzione esagerata in ciò che seguiamo; a maggior ragione se oltre al genere musicale, si parla anche di una specifica scena di appartenenza. La musica di un artista è come un abito che si indossa: può essere più elegante rispetto al solito, oppure più moderno, ma quando viene stravolto totalmente ci spiazza, ci disturba e il soggetto stesso rischia di perdere di credibilità.

Ecco il punto focale: i ragazzi toscani si presentano al Festival mantenendo il loro stile, intatto fin dagli esordi. Il Circo Zen è sempre lo stesso: baldanzoso, triste, rivoluzionario, felice, punk rock. L’amore è una dittatura è un pugno nello stomaco che ha bloccato per qualche secondo il respiro di chi già li seguiva e sicuramente incuriosito chi invece non li conosceva per niente. Parlo per me, come per molti che già li conoscevano: folgorato e ammutolito per tutta la durata del pezzo. Colpito da un vortice di emozioni che spaziano dalla rabbia alla gioia, tutto questo mentre si è completamente spaesati dal riuscire a far combaciare musica, testo e coreografia. Il ritornello che cerchi non arriva mai, non c’è. Tutto tremendamente difficile da mettere insieme alla prima occasione, forse troppo, non so nemmeno dare un giudizio. E’ al secondo ascolto che risolvo l’enigma: un perfetto puzzle che incastra stile, emozione, indipendenza, amore e coerenza tutte insieme. Sì, L’amore è una dittatura è tutto ciò di più bello che mi potevano regalare gli Zen Circus all’Ariston. Questo vale per me che già li apprezzo, ma per il resto del pubblico?

Non da primo ascolto, molto poco orecchiabile, insomma anti-Sanremo. Inaspettato, soprattutto dopo l’ultimo album che presentava in molti brani una virata pop abbastanza marcata. Tanto che molti si sono chiesti: non era meglio proporre qualcosa di più adatto al pubblico? 

No. Perché non vogliono vincere il Festival, non vogliono stupire chi ascolta Il Volo o la Bertè, non gli interessa. Se succede ben venga, ma non è l’obiettivo, tanto meno un’ossessione. Non indosseranno mai giacca e camicia per piacere a tutti.

“Ovviamente non siamo qui per cercare una nuova carriera o un nuovo pubblico. Il nostro è meraviglioso. Sanremo è un di più, un regalo che ci siamo fatti per i nostri primi vent’anni. Su quel palco non siamo solo noi, ma ci sono anche le decine di migliaia di ragazzi che vengono ai nostri concerti. Quello che arriverà al pubblico non è un problema nostro. Siamo felici, per noi abbiamo già vinto. La nostra vittoria è aver portato un certo messaggio e una certa scena sul palco di Sanremo.”

I ragazzi non mentono, affrontano festival e interviste col sorriso, soddisfatti, senza polemiche, anzi complimentandosi più volte con tutta l’organizzazione. Consapevoli del fatto che il loro messaggio è sicuramente passato, ottenendo molto di più di quello che gli avrebbe dato un’eventuale vittoria. Non parliamo di soldi, parliamo di soddisfazioni personali che vanno ben oltre.

Dai concerti nei circoli, alle sagre paesane, ai palazzetti pieni fino ad arrivare al Festival della musica italiana, gli Zen Circus hanno deciso di indossare gli stessi abiti, marchiandosi di grandissima coerenza e guadagnandosi ancora di più la stima del loro “carrozzone”. 

Perché Sanremo è così, voti falsati, soldi buttati, polemiche, ma anche un buon palco per chi ha un messaggio da dare. Gli Zen Circus l’hanno capito, facendolo nel migliore dei modi. Giù il cappello e in alto le bandiere.

Vi lascio riproponendo un messaggio dalla loro pagina Facebook che merita veramente di essere letto, sperando che molti seguano la strada degli Zen, libera da critiche e polemiche su ogni cosa, accecati dal desiderio di vittoria, senza capire che spesso è meglio perdere, mantenendo la dignità e il rispetto di pochi.

Come sempre trovate anche un video e la cassetta dedicata.

Fabio Baroncini

“Il circo al circo.

Esistere è giusto un momento, così come in un momento è passata questa settimana assurda, sfiancante e divertente. A salire su quel palco c’eravamo tutti noi: un esercito, una comunità, una città intera fatta di concerti, festival, locali, palazzetti e piazze che per vent’anni sono stati -e sempre saranno- le nostre chiese… dove sudore, lacrime e sorrisi sono le nostre liturgie. Non ci sentiamo di aver portato alcun tipo di “qualità” al festival, non ci piace pensarci portatori di nient’altro che non rappresenti noi stessi, la nostra famiglia e la nostra storia. Nei corridoi dell’Ariston abbiamo semplicemente incontrato dei “colleghi” che vedono e cantano il mondo diversamente da noi, così come tutti viviamo ed esistiamo in modo differente. Essere in quel contenitore chiamato televisione con quella canzone per il nostro ventennale ed in questo momento storico era davvero importante per molti motivi che non stiamo a spiegarvi qui. Confidiamo che abbiate capito tutto ascoltando il brano: mai come oggi abbiamo bisogno di ripensare il concetto di amore, empatia e collettività. 
Non esiste competizione, non esistono vincitori o vinti quando si parla di musica e parole, così come non ci sono persone che “ci meritano” o “non ci meritano”. Emettiamo storie che fanno rumore, la nostra fa questo rumore qui. 
È stato bello vedere tantissime persone che fino a poco tempo fa ignoravano la nostra esistenza diventare affezionate al Circo Zen, alle nostre canzoni e al nostro immaginario: se vi piace la porta è aperta e l’ingresso è libero, potete stare quanto volete. Vi ringraziamo tantissimo per esserci stati vicini ed averci supportati e/o sopportati.”

Pagina Facebook The Zen Circus

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